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Scribano sul problema morale: Kant vs Hume, con un'occhiata lanciata a Spinoza

Sono state moltissime le suggestioni scaturite dall'incontro con la professoressa Emanuela Scribano, docente di storia della filosofia e storia della filosofia moderna dell'Università di Venezia Ca' Foscari. Oltre all'interesse suscitato dall'argomento, abbiamo potuto ammirare la profondità e l'eleganza di una riflessione brillante, chiara e ricchissima, come la complessità del tema richiedeva.

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Ragione e sentimento rappresentano, infatti, i due poli secondo cui, per diversi pensatori della storia della filosofia, si può articolare la formazione del giudizio morale: il problema consiste nel comprendere quale sia di volta in volta il ruolo della ragione e quello del sentimento, ovvero delle passioni e della nostra sfera emotiva.

L'intervento della Scribano, dopo una ricognizione che partiva da Platone e arrivava a Ugo Gorzio passando per lo stoicismo, si è concentrato principalmente su due autori della filosofia moderna che, grazie alle capacità dialettiche della relatrice, hanno messo in scena una sorta di "scontro tra titani" nel divenire del pensiero filosofico moderno, poiché è proprio in risposta alla radicalità della riflessione morale di David Hume che Immanuel Kant sviluppa la sua filosofia pratica basata sul "dover essere" delle nostre azioni giuste e sulla radice solo razionale di tale dovere.
Al contrario, David Hume aveva riflettuto proprio sull'impossibilità del dovere morale basato su modelli razionali, poiché, da empirista convinto, non vedeva alcun "fatto" della ragione, né poteva dedurre da singoli comportamenti moralmente corretti una legge generale della ragione; così, Hume spiega il nostro agire morale come un dettato del sentimento e definisce la giustizia come un valore artificiale, nato cioè dalle convenzioni sociali sviluppatesi tra gli uomini.
Kant coglie la problematicità e l'acume della proposta capendo che va presa sul serio, perché Hume centra perfettamente il punto: ovvero l'impossibilità di dimostrare l'universalità della morale a partire dalla constatazione che gli uomini sono guidati, consciamente o inconsciamente, dai loro sentimenti e dall'utilità di una convivenza pacifica di cui il senso del dovere sarebbe solo strumento.
Kant accoglie la sfida e con una mossa risolutiva sfrutta i punti forti dell'impianto humiano usandoli a suo vantaggio: il dovere non è più una convenzione ma è il valore razionale, e quindi universale, che consente alla morale di imporsi come un fatto contro la volubilità e l'individualità del sentimento.

L'universalità in effetti è proprio la chiave di volta della soluzione kantiana e il punto focale del problema morale: come è possibile un'agire giusto che sia anche universale? Kant, radicamente platonico, risponde affidando tutto alla ragione di un soggetto universale, vero per tutti gli uomini, contro le passioni private e i sentimenti soggettivi degli individui reali.
Tuttavia, nota la filosofa, è difficile derubricare come superato il punto di vista di Hume, che si rifà, almeno nelle premesse, alla posizione sorprendentemente attuale di Baruch Spinoza, autore su cui la nostra ospite è una delle voci più autorevoli e al quale ha dedicato numerosi saggi, dalla Guida alla lettura dell'«Etica» di Spinoza, edito da Laterza, fino al recente Macchine con la mente. Fisiologia e metafisica tra Cartesio e Spinoza, per Carocci, oltre a numerosi saggi in raccolte.

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Di Spinoza si è parlato poco in quest'occasione, ma con un pensatore tanto affascinante, anche poco basta a non lasciare indifferenti.
Secondo Spinoza, è in base al nostro desiderio e alle nostre emozioni che noi cogliamo ciò che è bene e ciò che è male. A differenza di Hume che resta un empirista e che in qualche modo chiude il problema in una constatazione dei fatti, Spinoza ha una dimensione speculativa potentissima che in un certo senso, a parere di chi scrive, evidenzia anzi tempo anche la debolezza del discorso kantiano. Infatti, nel momento in cui Kant pone il dovere morale come un fatto della ragione chiude anche lui il problema, lo risolve, e di certo lo fa egregiamente, ma trasforma il problema in qualcosa di diverso.
Il punto è che il problema permane in quanto tale, non è risolvibile. Ora, io credo, la grandezza di Spinoza sta anche nella sua capacità di accogliere nel pensiero la dimensione di una problematicità non eludibile.
Nel caso del problema morale egli propone esattamente quella che io ho compreso come una sorta di "non soluzione" che, proprio per questo, non sbarra la porta alla verità della natura umana, accogliendola nella sua complessità.
La "non soluzione" consiste nel recuperare la ragione nella figura della conoscenza, come esperienza razionale dell'esistenza, cioè del nostro essere in relazione con il mondo e con noi stessi in quanto esseri guidati dalle passioni.
La dimensione della conoscenza apre alla ragione la possibilità della sperimentazione, così attraverso la pratica del conoscere noi possiamo renderci più liberi, in questo modo la ragione recupera sorprendentemente il desiderio e i sentimenti attraverso una sorta di ricerca e di educazione. E questo, ricordandomi un brano di Immanuel Levinàs letto tanti anni fa, mi sembra un altro modo di intendere la filosofia, non solo "desiderio di sapere" ma anche "saggezza del desiderio".

Per chiudere voglio segnalare un bell'articolo, disponibile in rete, della Professoressa Emanuela Scribano, dedicato proprio a "Spinoza e la conoscenza del bene e del male".
Vi esorto a leggerlo, a questo link academia.edu, perché è davvero interessante. Sullo stesso sito potrete trovare moltissimi altri materiali della nostra filosofa che speriamo, visto l'entusiasmo con cui ci ha lasciato quella sera, possa essere ancora dei nostri.

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