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Ph. Alessandra Scali Ph. Alessandra Scali

Due cose che il virus ci insegna

Tutto sommato, questo virus ci insegna qualcosa perché mette in dubbio due capisaldi della prassi e del pensiero dominanti. Innanzitutto, prende di mira il primato neoliberale dell’individuo forte, sano e produttivo e gli oppone la vocazione politica degli esseri umani, che non sanno vivere senza mescolarsi tra loro, contaminarsi, contagiarsi. In secondo luogo, il virus invalida ogni pretesa di fare dell’inoperosità una promessa di libertà, mostrandoci invece quanto siano dominabili e sottomettibili gli individui che rinunciano alla vita attiva. 

L’uomo è un animale politico. La dilagante epidemia di questi ultimi tre mesi (era il 31 dicembre 2019 quando la Cina segnalò i primi casi di polmonite dalla causa ignota), che sta colpendo decine e decine di migliaia di persone in tutto il mondo, provocando finora quasi 6mila morti su più di 152mila casi (OMS), ci dà la misura di quanto siamo interconnessi. È chiaro che l’intrinseca socialità degli animali umani, organizzata a livello globale secondo le norme dell’economia di mercato, rappresenta la principale via di accesso alla trasmissione del virus. Ma, quando tutto passerà, bisognerà ricordarsi con altrettanta chiarezza di non spacciare lo zoon politikon per una minaccia, di non sacrificare la vita politica, il contagio con l’altro, sull’altare della vita biologica sana. Noi non siamo fatti per stare isolati e allora già adesso occorre rivendicare spazi e forme di socialità che nulla hanno a che fare con i miti del profitto e della società dello spettacolo.

L’uomo è un animale performativo. L’inoperosità per decreto, che peraltro non tutti stiamo sperimentando – gli operai vanno in fabbrica, i ciclofattorini consegnano pasti a domicilio, persone migranti e senza fissa dimora vagano attorno ai supermercati senza dare troppo nell’occhio – registra l’impoliticità e, dunque, anche l’irresponsabilità di filosofi come Agamben e nipotini. Essi lodano la vita inattiva, disinteressandosi di quanto questa si adegui all’ordine e alla disciplina, perché concepiscono come naturale e necessario un fatto umano come il capitale, abbandonando per sempre ogni impresa storica finalizzata ad abolire lo stato di cose presente. L’inoperosità non ci appartiene, l’animale umano è performativo, ha bisogno di agire e produrre per ottenere una forma di vita che non equivalga a quella vita biologica, sana e forte, qualificabile solamente in termini di consumo, di profitto, di rendita. Anche di questo fatto bisognerà ricordarsi quando il virus sarà superato e allora già adesso occorre sviluppare gli anticorpi contro chi sponsorizza l’inoperosità, vendendola come antidoto e non dicendo, al contrario, che si tratta di veleno. L’inoperosità va bene per chi non ha il problema del reddito e per coloro i quali il lavoro culturale è soltanto un passatempo della domenica.

Angelo Nizza

Letture utili per andare oltre il Covid-19:

 

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