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L'ira di un uomo agro

Dal latino “acer-acris-acre” che significa aspro. Il romanzo “La vita agra”, di Luciano Bianciardi, racconta di un’esistenza arida, disumana e infelice. La folla nauseabonda, individui come «ectoplasmi», «il traffico astioso», le luci, i rumori, il puzzo delle strade. Quella metropolitana non è affatto una dolce vita, ma un’esperienza che ha del mostruoso.

E’ questa l’inappellabile sentenza che l’autore pronuncia. Lui che dalla provincia si trasferisce in città per combattere il sistema, addirittura con intenti dinamitardi. Giunto su piazza, però, rimane inghiottito dai ritmi del lavoro salariato e per campare è costretto a vendere la sua intelligenza, a produrre articoli e traduzioni, quindi  a guadagnare. Ma è proprio dall’interno del meccanismo che riesce a scorgerne gli ingranaggi. Descriverli. Criticarli. Un moto di ribellione contro sé stesso, insieme dentro e fuori il modello dominante, ma comunque ridotto a un’acre condotta. Come accade soltanto a chi scrive un grande testo, si può essere anche in disaccordo con il giudizio di Bianciardi. Tuttavia, non si può archiviare la sua analisi con un’alzata di spalle o con un banale ammiccamento. Il suo è un romanzo contemporaneo. Non tanto perché, già lo sappiamo, appartiene agli anni duemila. Infatti, è del 1962. Ma perché si colloca in un momento in cui l’Italia e l’occidente capitalista stanno cambiando volto. Stanno acquisendo quella fisionomia che oggi è ben definita nei suoi lineamenti. E cioè l’ingresso in produzione del saper parlare. Del saper scrivere. Del saper gestire le relazioni sociali. Dell’esser creativi. Insomma, tutto ciò che ha che fare con la generica intelligenza umana e con la cultura è adatto a essere impiegato come forza lavoro. Bianciardi non parla di metalmeccanici alla catena. Si badi, esistono ancora, ma il punto decisivo è che non sono più loro il perno della produzione odierna. Conta assai di più «una professione terziaria o quartaria» per le quali «occorrono attitudini di tipo politico». «Preti», «pubblicitari», «Prm», «segretariette». E, ancora, articolisti, telefonisti, collaboratori non meglio identificati e delle specie più disparate, opinionisti. Così come l’operaio che non aziona più il mezzo di lavoro, ma svolge mansioni di sorveglianza, controllo e coordinamento del macchinario elettronico e automatico. L’aspetto, davvero degno di essere messo in chiaro, è che intelligenza e cultura non sono importanti soltanto nell’industria culturale, per esempio nell’editoria. Al contrario, tutti i settori, anche quello in cui si lavora l’acciaio, necessitano di persone dalle spiccate capacità organizzative, abili parlatori, provvisti di un buon “know how”. E’ questo il quadro della società post-fordista. Dove per la prima volta nella storia la vita umana come tale, con le sue caratteristiche più specifiche, il linguaggio verbale e la socialità, diventa merce di scambio. Soltanto che, si chiede Bianciardi, «come si misura la bravura di un prete, di un pubblicitario, di un Prm?». Anche qui l’autore si dimostra perspicace e coglie un argomento importante. E’ matematicamente impossibile misurare l’esborso di energia cognitiva sulla base di ore di lavoro astratto. Già, si tratta di due elementi incommensurabili. Come si fa a calcolare quanto tempo dura l’impiego della «fede», del «desiderio d’acquisto», della «simpatia» e, poi, a conteggiare una paga? Con il metro tipico del lavoro fordista, quello delle otto ore in fabbrica, non è fattibile. Eppure, ancora oggi, è questa l’unità di misura utilizzata. Non più valida, ma d’uso corrente. Che sta segnando l’inizio della fine della società basata sul salario. Forse, è da un tale paradosso che conviene partire per analizzare la crisi del capitalismo maturo e, di conseguenza, del mondo in cui viviamo. Forse, è il caso di rileggere il testo di Luciano Bianciardi che, con grande perizia letteraria e verve filosofica, ha messo in piedi un romanzo che è un vero manifesto politico. Più di tanti saggi scientifici, sociologici, economici che non fanno altro se non salire sul carro dei vincitori. Tutto sommato, è per queste ragioni che è valsa la pena di spendere delle righe su “La vita agra”. Per la stringente attualità della sua prosa e dei suoi contenuti. Perché è la confessione di una biografia che ha bisogno della sincera comprensione di chi legge. Attenzione, non di piagnistei o flebili lamenti. Ma di rabbia.

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