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Del comune sapere in Vitale e Mattei

Ripropongo qui di seguito due passaggi tratti da altrettanti saggi dedicati ai "beni comuni", argomento che è stato al centro della IV edizione della Scuola Estiva. Nello specifico, i virgolettati sono in coerenza con il tema del "sapere come bene comune" che ha riguardato il seminario 2013 della Scuola stessa. Cito i testi invertendo l'ordine di pubblicazione, quindi partendo dal volume più recente. Si tratta di Contro i beni comuni. Una critica illuminista di Ermanno Vitale (Roma-Bari, La Terza, 2013) e di Beni comuni. Un manifesto di Ugo Mattei (Roma-Bari, La Terza 2011).

I due volumi appartengono alla stessa collana e sono da collocare all'interno di un contraddittorio in cui, tuttavia, la tesi "contro" di Vitale non è da intendere come la mera negazione della teoria politica del "comune". Al contrario, la replica al fortunato libro di Mattei va intesa nella misura di una critica volta a cogliere i limiti dell'assunto lì contenuto e, dunque, a proporre un'alternativa: piuttosto che la costituzionalizzazione dei beni comuni, sarebbe più opportuno, secondo Vitale, costituzionalizzare l'interesse privato, così da porre dei limiti alla privatizzazione delle risorse materiali ed immateriali presenti al mondo. Ma su questo punto, sulla dialettica interna ai due autori, è il caso di tornarci in seguito, magari con un post ad hoc, offrendo all'argomento il tempo e lo spazio che merita. Adesso, conta di più restituire questi due stralci che, forse, anziché confermare una divaricazione di vedute fra Vitale e Mattei, ne esibisce una mutua compensazione, al netto dello stile affabulatorio del secondo e di quello nettamente meno poetico del primo.

Rifiutiamo che sia sensato misurare il sapere in crediti e debiti, o in numero di citazioni, o che tutto nel mondo debba spiegarsi mediante pseudo-formule matematiche che hanno la presunzione di tradurre in rapporti quantitativi e neutrali le cose come stanno, di restituirci l'evidenza naturale alla quale non si può sfuggire. Liberiamoci dal complesso d'inferiorità rispetto agli scienziati e ai tecnocrati, diciamo con forza che per governare la poliedricità delle nostre società serve, prima di ogni più necessaria conoscenza tecnica, almeno un'oncia di sapere umanistico, di quell'antica prudenza che mette in guardia dal pensare di poter macchinalmente derivare da dati, statistiche, sondaggi e formule il successo di quell'operazione culturalmente assai più delicata che consiste nel far funzionare secondo i suoi principi la macchina dello Stato democratico di diritto e la società sottostante (Vitale 2013: p. 110).

Il sapere critico, infatti, non si produce in ambienti  competitivi, ma prospera in comunità solidali, tendenzialmente egualitarie, portate a vedere i problemi nella prospettiva dei perdenti dei processi sociali e non a riprodurre la retorica dei vincitori. Il sapere critico non può avere padrone, non deve prestarci a nascondere la verità per proteggere gli interessi dei finanziatori. Il sapere critico si basa sull'accesso tendenzialmente libero di tutti e non può essere accessibile soltanto a chi abbia passato test confezionati da società multinazionali o a chi possa pagare. [...] Come ogni bene comune, il sapere critico - che non è necessariamente né di Stato né privato, sia esso università, giornale, radio o televisione -, capace di formare e non solo di informare, appartiene a tutti e da tutti (ossia dalla fiscalità generale) deve essere sostenuto. Come ogni bene comune, esso rifugge tanto la logica aziendalistica quanto quella burocratica del potere gerarchico concentrato e sposa invece quella della partecipazione democratica e del potere diffuso [...] Come ogni bene comune, il sapere critico va difeso da tutti contro recinzioni che servono soltanto l'interesse di pochi (Mattei 2011: p. 76)

 

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