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Dante, Cantarano e la parola esplosa

Fin del primo incontro con la poesia di Dante ho notato che essa conteneva i prodromi di quelle stesse domande che io stavo cercando, in essa si riproducevano le mie personali esperienze di pensiero e ciò è dovuto alla scoperta sorprendente della coscienza sociale e poetica che appartiene alla lingua dantesca. Vi è una particolare affermazione che Dante fa nella Vita Nuova e poi riprende nel De vulgari eloquentia tanto da costituire un topos della sua poetica; egli dichiara di voler scrivere ciò che "non fu mai detto da alcuno", oppure di parlare di una "novità che non fu mai trattata in altro tempo".

Io credo che la novità di Dante, come ha spiegato anche Giuseppe Cantarano, si realizzi nel modo specifico con cui ha intrapreso la sua attività poetica fondendo argomenti intricatissimi con un'approfondita ricerca linguistica e poetica.
Dante descrive la poesia come un “artificio” fatto di parole “per legame musaico armonizzate” (Convivio, II, 7) e il poeta come un artigiano (chiamerà Arnaut “lo miglior fabbro del parlar materno”), anche se quel “musaico” sta per “musicale” io ho sempre immaginato Dante nell’atto di assemblare le parole come un mosaico da cui appaiono però musiche, e immagini in movimento.
Vi ricordate la terzina dell’ultimo canto del paradiso?  
Un punto solo m'è maggior letargo
che venticinque secoli all'impresa
che fé' Nettuno ammirar l’ombra d'Argo.
Dove –  come nota Bufalino – non solo riesce a trovare una rima con letargo, compito quasi impossibile nella lingua italiana, ma ci trasporta in sole tre righe dal punto più altissimo dei cieli, dova sta per compiersi la contemplazione di Dio, al fondale del mare profondissimo e sabbioso. E da lì ci fa rimbalzare di nuovo verso l’alto, nello sguardo di un Nettuno appollaiato che vede l’ombra di una nave offuscare la luce del sole attraverso la superficie del mare.
Dante è un fabbro e la sua poesia è un'attività operante sul linguaggio.  La tecnica poetica è per lui “qualcosa dell’ordine sacrale, è la via del suo esercizio ascetico, […] una sola cosa col sentimento dell’amore e della vita difficile, dell’ostacolo, del superamento” (G.Contini, Un’idea di Dante, 1970, p.6) È la guerra aperta con le parole, che le fa esplodere e che nell’esplosione rovesciano se stesse e la coscienza e il logos  verso la vita. Come diceva Bene Carmelo, la sua poesia è un artificio nel senso che è un vero e proprio fuoco d'artificio.
Cantarano ha parlato di sapere, libertà, amore e Dante, nel suo essere intellettuale, cittadino e insieme poeta-amante produce con le sue opere un movimento che innesta il senso di responsabilità culturale sul desiderio, generalizzando il suo indirizzo.
E cos’è questo desiderio se non un desiderio di comunicazione e di riconoscimento? La poesia è l’azione effettiva con cui Dante universalizza l’esperienza interiore, nel senso che Bataille dà a questa parola, nella continua dialettica tra la pienezza della vita e la possibilità di dirla. Si consuma una battaglia  in versi che mette in linguaggio e rende comune una singolarità, provando a dare all'esperienza del soggetto un valore di verità.
Così nella prima terzina della Divina Commedia, “la nostra vita”, vita di quell'io che è noi, si oppone a “mi ritrovai”, azione di quell'io che sono io: da un lato l’insondabilità dell’esperienza individuale, dall’altro il niente in comune del linguaggio. Quando Pasolini, afferma, sulla scia di Contini, che Dante  ha una coscienza sociale, si riferisce alla profondità con cui il poeta è consapevole di essere un individuo in una pluralità che ha la sua stessa origine, la dimensione comune è, in senso poetico, politico e pragmatico, la possibilità di dire. Ogni sua opera è, in un certo senso, un atto d'amore, scavato dal desiderio nella dimensione plurale/singolare in cui coesistiamo, il linguaggio.

 

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