Menu

Protagonisti dell'agorà

L'incontro pubblico tenutosi con Claudia Melica (La Sapienza) al Convento dei Minimi di Roccella Jonica ha centrato uno degli argomenti più cari a Scholé. Attraverso il suo percorso si può arrivare a comprendere che lo spazio pubblico è ciò che determina il nostro sapere come libertà, e che le trasformazioni cui continuamente va incontro non sono altro che forme della sua, cioè della nostra, sopravvivenza. Tale percorso si è articolato in un’analisi che, dalle antiche alle nuove agorà, attraverso una numerosa serie di spunti offertaci dalla studiosa romana, ci ha fatto riflettere su cosa intendiamo per spazio pubblico e ha dato nuovi stimoli al dibattito sul senso delle nostre iniziative pubbliche. 
Claudia Melica è partita dall’analisi dei luoghi e del territorio in cui il suo intervento è andato a inserirsi. Il riferimento a Locri Epizephiri è stato utile oltre che per collocare il ragionamento in una dimensione storica anche per la curiosa notazione riportataci dalla professoressa: si ritiene che il luogo del teatro, spazio per eccellenza preposto alle cose religiose e artistiche, nel caso di Locri, potesse essere utilizzato anche come luogo per le assemblee politiche e ovviamente questo modifica completamente la percezione di quello spazio. Da questa particolarità si diparte uno dei temi più interessanti affrontati dalla Melica, ovvero il fatto incontrovertibile che lo spazio pubblico, o ciò che definiamo tale, è sempre in continua trasformazione.
Credo che molte delle difficoltà che si incontrano oggi nella formazione della nostra individualità sociale, e dunque nella formazione della nostra soggettività, dipendono forse da questa ritrosia a cogliere la trasformazione, a percepire ciò che chiamiamo spazio pubblico come qualcosa di assolutamente dinamico.
Nello spazio pubblico avviene infatti uno dei processi fondamentali della nostra vita che è quello del riconoscimento: il riconoscimento desiderato, cioè quello che noi chiediamo agli altri, e il riconoscimento che invece dobbiamo e che diamo agli altri. L'aspetto su cui è difficile non essere d'accordo credo consista nel fatto che ogni riconoscimento tra individui, ogni forma di incontro tra soggetti, avviene in uno spazio che è insieme predeterminato e determinantesi nel momento in cui l'incontro stesso ha luogo. Lo spazio pubblico siamo noi, esso è una nostra produzione. Partire da questa considerazione può essere di grande aiuto per cogliere il profondo senso di responsabilità che ne consegue. 
Il rifiuto alla partecipazione, la rabbia sterile per una situazione che sembra immutabile, la solitudine che permeano i nostri anni attuali non sono un terribile miasma giuntoci dall'alto, ma sono il risultato di una scelta che ognuno di noi compie quotidianamente. Lo spazio pubblico siamo noi, come uno specchio esso rimanda i tratti del nostro atteggiamento verso la vita, è per questo che il risentimento e la frustrazione non servono a nulla.
Per uscire da questa situazione potremmo partire dalla semplice consapevolezza che anche quando siamo al sicuro nelle nostre case e pensiamo a qualcosa di diverso dagli obblighi a cui ci richiama la nostra vita quotidiana, contribuiamo alla formazione dello spazio pubblico, perché è proprio quella libertà di pensiero, libera dalla necessità, che determina il nostro agire sociale, o meglio l'agire come qualcosa di nostro.
È quello che sostiene Kant, nel famoso Che cos'è l'Illuminismo, quando spiega che l'uso pubblico della ragione non è quello che si produce in nome di una sfera limitata di verità o di competenza specifica, non è un sapere fare che obbedisce alla nostra volontà, o alla nostra necessità, di raggiungere uno scopo, di realizzare qualcosa che è prefissato, ma è qualcosa che ha luogo in nome dell'universale, che può essere pensato il nome di tutti gli uomini e rivolto a tutti gli uomini, che non ha altro fine all'infuori di sé.
La filosofia, come coloro che la rappresentano, dovrebbe essere consapevole di tutto questo: quando è chiusa nello studio di un ricercatore, o nell'aula di un'università, sta facendo uso pubblico della ragione, oppure, visti i tempi, dovrebbe aspirare a farlo. Per questo stesso motivo la questione posta da Kant riguarda tutti noi, non in quanto filosofi, ma in quanto esseri che possono produrre libero pensiero. 
 

 

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to Twitter

Video

Torna in alto

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Se continui ad utilizzare questo sito accetti la cookies policy.