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Santa perseveranza. Il filosofo Natoli recupera una virtù «fuori moda»

«In una società dove manca la certezza del futuro abbiamo bisogno di credere in qualcosa e impegnarci per essa»
di Giuseppe Cantarano
 
Ci sono delle parole, nel nostro personale vocabolario, che lentamente - e quasi impercettibilmente - cadono in oblio. Non ne facciamo più uso. Perché sono delle parole dentro cui non riecheggia più il suono di quel mondo che vorremmo catturare. Parole che non incrociano, non afferrano più la nostra esperienza.
DzcSvAOdNsNk s4E tutto ciò avviene del tutto inconsapevolmente. Nel senso che della loro perdita, della loro assenza praticamente non ci accorgiamo. Nulla di strano, direte voi. La storia delle lingue è anche la registrazione delle parole che si perdono. Che arretrano. Che scivolano via nella zona d'ombra del nostro lessico quotidiano. Una di queste parole «fuori moda» è «perseveranza». Una parola che ormai sempre più raramente pronunciamo. Una parola di cui già avvertiamo una certa difficoltà a comprenderne al volo il significato. E l'esperienza cui intende riferirsi. Una parola, appunto, «fuori moda». Perché la «rigidità» - a cui quasi istintivamente l'associamo - fa parte ormai di una realtà che ci pare obsoleta. Soppiantata da un mondo nel quale è invece «mobilità» - con i suoi stretti correlati quali «flessibilità», «innovazione» - la parola che riflette una società in continuo movimento. Una società caratterizzata da incessanti e imponenti cambiamenti, trasformazioni. Ma siamo davvero sicuri che non vi sia più bisogno di coltivare la perseveranza, in una società che rende obsolete le sue innovazioni ad un ritmo infernale? Siamo davvero sicuri di poter tranquillamente rinunciare a questa parola, lasciandola ammuffire nella polverosa soffitta del nostro vocabolario personale? Non la pensa così il filosofo Salvatore Natoli, che alla virtù della perseveranza - perché la perseveranza è una virtù e forse noi tutti lo abbiamo troppo in fretta dimenticato - ha dedicato un bel libro (Perseveranza, pagine 141, euro 12,00, Il Mulino). Per secoli - ci spiega Natoli la perseveranza «ha indicato lo stile morale necessario per tenere fede alle proprie convinzioni». Dentro contesti che presentavano mille insidie, mille difficoltà. Nel corso del tempo, tuttavia, questa pratica di vita - a cui la parola «perseveranza» allude sembra essersi progressivamente illanguidita. Pertanto, la domanda che ci pone Natoli è la seguente: è davvero una parola inadeguata per fronteggiare le difficoltà del nostro presente, oppure la dovremmo, al contrario, recuperare? Riattivandola nel nostro personale vocabolario? In una società dove manca la certezza del futuro - soprattutto per i giovani. Dove il lavoro - quando c'è - è instabile, precario. In una società dove transitorie, «liquide» sono diventate perfino le nostre esperienze, ebbene, proprio perché ogni cosa - e la nostra stessa esistenza - sembra vacillare, c'è bisogno, più che mai, della perseveranza. Abbiamo bisogno di restare fedeli a un'idea - ci dice Natoli - fino al suo adempimento. Per non mollare, cedere, arrendersi di fronte agli ostacoli, alle sconfitte della vita dobbiamo credere in qualcosa e impegnarci per essa. Nonostante e contro ogni difficoltà. Persevera osserva Natoli - «chi continua a lottare per un'idea, anche quando le smentite della storia spingono ad abbandonarla». Poiché nessun traguardo potrà mai essere - seppur provvisoriamente - conseguito, se rinunciamo già in partenza a impegnarci, a lottare per il suo raggiungimento: «Chi persevererà - è scritto nel Vangelo di Matteo - alla fine sarà salvato».
 pubblicato su L’unità del 2 Aprile 2014, edizione Nazionale (pagina 18) nella sezione "Speciali"
 
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