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yoga e filosofia

Cosa c’entra lo yoga con la filosofia? In realtà, moltissimo.
Lo spiega bene un articolo di Graziella Di Salvatore, che sarà ospite della nostra Associazione il 5 maggio prossimo, proprio per approfondire questi temi attraverso una lezione di yoga tradizionale aperta a tutti.  
Nel suo saggio Il corpo sacro, gli Āsana dello yoga (in Ricci, Il corpo nell’immaginario, Nuova Cultura, 2012)  possiamo leggere che lo yoga è un antico sistema filosofico di origine indù frutto di una tradizione plurimillenaria che nel tempo si è sviluppato differenziandosi. Alla base rimane l’idea per cui, attraverso diversi passaggi, l’essere umano, con il proprio corpo, può ritrovare armonia e benessere psico-fisico e può scoprire, allo stesso tempo, la sua vera essenza e la spiritualità più profonda di sé, riuscendo a mettersi, in ultima istanza, in diretta comunione (inter-Esse) con il “divino cosmico” di cui egli stesso si costituisce interiormente. 

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Secondo lo yoga, infatti, l’essere umano possiede, nella sua interiorità, una parte del divino cosmico che, attraverso la pratica yogica, egli stesso può ritrovare, intensificare ed espandere in sé, riducendo e superando così le parti di lui più costrette alla necessità delle cose (e, di conseguenza, il senso del dolore ad esse collegato). 

 

24-apr-2014 1 copiaUno dei rami fondamentali dello yoga è rappresentato dall’Āsana , la postura corporale. Il termine significa letteralmente “posizione comoda, mantenuta con facilità e senza sforzo” in grado di permettere il bilanciamento e l’equilibrio interiori tra le parti del corpo (muscolari, nervose ecc.) e tra il corpo e la mente. Esso rappresenta la piena espressione dell’integrazione tra mente-corpo, grazie al quale possiamo accedere al flusso di energia vitale che scorre nel nostro corpo, ed è ritenuto da tutti gli yogi un mezzo molto utile per il cammino dell’evoluzione interiore umana. 

Il corpo è messo al centro della pratica yoga non solo in quanto elemento essenziale e fondamentale per l’evoluzione fisica e spirituale umana ma anche in quanto e sostanzialmente metaxù per migliorare ed esprimere tutte le potenzialità umane, sia appunto fisiche sia psichiche sia spirituali. 
Mi ha molto colpito l’uso che Di Salvatore fa del termine Metaxù, la parola utilizzata da Platone nel Convito o Simposio per indicare il tramite fra due mondi: “tra sapienza e ignoranza, tra mortale e immortale”.  Il corpo sembra essere il tramite della nostra realizzazione che però, contemporaneamente, ci libera dall’ossessione identitaria, dalla necessità di imporre la trascendenza dell’io, la sua affermazione come separazione dal mondo, e non è un caso che invece sia il termine trascendentale quello preso in oggetto anche nel saggio di cui parliamo, in quanto espressione di una soggettività sempre  aperta alla trasformazione e alla vita.
Il corpo ci insegna la nostra appartenenza alla vita ed è per questo che nell’insegnamento dello yoga si segna chiaramente la differenza tra concentrazione e meditazione, che forse può essere di nuovo intesa come la differenza tra il concentrare intorno a un punto, l’io, la nostra esistenza, e invece il decentrarla continuamente sviluppando una nuova consapevolezza.
La consapevolezza di ciò che siamo in quanto corpo è ancora tutta da pensare, alcuni filosofi occidentali sono stati capaci di capirlo, Nietzsche per esempio, ma non è ancora abbastanza. Forse la meditazione può insegnare non che noi abbiamo un corpo (di nuovo l’ossessione della proprietà!) ma che siamo un corpo: all’ossessione del fare sostituisce la ricerca dell’appartenenza all’essere.
 
Un bell'articolo di Di Salvatore pubblicato sulla rivista Metabasis
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