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Maschera e volto. Note su Esposito

Pubblico qui di seguito alcune osservazioni sui temi che occupano le attuali linee di ricerca di Roberto Esposito. Alcuni degli argomenti saranno al centro della lezione che il filosofo napoletano terrà alla Scuola Estiva 2014 il 28 luglio. Queste note muovono perlopiù dal seminario tenuto da Esposito nell'ambito della Scuola di Roma 2014.

L’archeologia di Roberto Esposito risale fino agli anni che precedono Cristo per studiare un dispositivo che oggi conosce l’epilogo del proprio funzionamento. La tesi - contenuta in un volume in corso di pubblicazione presso l’editore Einaudi dal titolo Persone, cose, corpi - è di ripensare allo statuto del corpo, che nella sua coerenza concettuale non né ne persona e né cosa, per prospettare un’«esistenza libera di aderire soltanto a se stessa». Esposito guarda così a una forma di vita di là da venire caratterizzata dal transito dal due all’uno, che non si sdoppia in maschera e volto ma che si rinnova sanando quello scarto. 

Il significato dei termini ‘persona’ e ‘cosa’ si ricava per mutua negazione. «‘Persona’ è una non-cosa e ‘cosa’ è una non-persona» - afferma Esposito. Il diritto romano articola il rapporto fra persone e cose secondo uno schema appropriativo, imperniato sulla semantica dell’avere e non su quella dell’essere. Le persone hanno le cose, esercitano su di esse un dominio assoluto, e le cose sono tali solo perché qualcuno le possiede. La relazione di possesso, tuttavia, non riguarda solo le persone e le cose ma è rappresentativa anche del rapporto fra sole persone. Si pensi allo statuto ontologico del servus a Roma che è al contempo persona e non persona: una dimensione anfibia in cui la non-persona è interna alla persona e come tale lo schiavo non è sui iuris ma è alieni iuris, egli è in quanto posseduto da altri. Sempre nel sistema giuridico romano la medesima sorte tocca ai figli nel rapporto con i patres. Un altro classico esempio di reificazione, logicamente affine al movimento che qualifica lo status dello schiavo ma che ci proietta nell’età moderna e contemporanea, è fornito dalla teoria del feticismo delle merci. Qui accade che - scrive Marx nelle note pagine del primo libro de Il capitale - le relazioni sociali non appaiono «come rapporti immediatamente sociali fra persone […] ma come rapporti di cose fra persone e rapporti sociali fra cose». 

Per superare il dispositivo del dominio della persona sulla cosa, e prima di mettere in chiaro lo statuto del corpo, Esposito ritiene necessario riformulare il senso con cui siamo soliti riferirci alle cose. La parola ‘cosa’ deriva dal latino causa che vale per ‘ciò che ci sta a cuore’, ‘ciò per cui si agisce’ (lo stesso dicasi per i termini pragma, in greco, e la res latina). La cosa cioè non è l’oggetto, l’etimo di quest’ultimo risale infatti al termine medievale obiectum, dal participio perfetto di obicio che significa ‘gettare contro’. L’oggetto è ciò che si pone innanzi al soggetto, che si contrappone a esso. Le cose sono irriducibili agli oggetti: questi stabiliscono un rapporto di competizione con i soggetti, quelle invece «fanno comunità» - chiarisce Esposito. 

Nella prospettiva di una concezione né economica e né giuridica della cosa occorre disattivare la relazione con le cose intese come meri appropriabili. È qui che si situa la svolta semantica di Esposito attraverso il passaggio dall’avere a essere un corpo. Nel corpo si offusca la linea di confine che separa e oppone persona e cosa, perché esso stabilisce una soglia di indecidibilità fra i due poli. Il corpo non è né cosa e né persona ma è un tertium in cui l’originario scarto si risolve in una nuova unità. «Come considerare l’embrione oppure il cadavere? Sono cose o sono persone?» - si chiede Esposito, chiamando in causa due circostanze estreme dell’ontologia delle forme di vita, rispetto alle quali la conferma dell’antico contrasto fra maschera e volto non è affatto certa. Al contrario, l’embrione e il cadavere sembrano contraddire quella polarità. Dall’idea di corpo inteso come altro dal dissidio fra persona e cosa e, anzi, colto in quella essenzialità che lo rende capace di superare il dispositivo di possesso che lega le persone alle cose, scaturisce una nuova modalità di approcciarsi alle res. Questa condotta risponde al nome di uso, nel senso di un’etica inedita che rifiuta il diritto di proprietà e che non distrugge le cose consumandole. «Bisogna difendere la singolarità e la durata delle cose» - dichiara Esposito, provando così a scardinare il meccanismo merceologico che conforma le cose ai beni dotati di valore e che le rappresenta sul piano della equivalenza universale dello scambio. 

Restando dentro l’orizzonte delineato da Esposito e ragionando con il lessico marxiano, sembra legittimo rivendicare il valore d’uso dei prodotti del lavoro umano contro la sussunzione di essi alla categoria del valore che li trasforma in beni di scambio. Recuperare il valore d’uso in rotta di collisione con il valore derivante dal lavoro astratto coagulato nelle merci potrebbe essere una strategia per dissolvere il rapporto di dominio che collega le persone alle cose. Il valore d’uso, infatti, risponde ai bisogni della comunità operosa e va nella direzione di un ethos che prescinde dalla proprietà privata, senza creare dinamiche alienanti fra sé e gli altri, fra sé e il mondo. 

 

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