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Le persone e le cose: il filosofo e i manganelli

Nel suo ultimo libro, Le persone e le cose, come nella lezione tenuta a Roccella, che potete vedere qui, la riflessione di Roberto Esposito ha preso una piega molto chiara: "l'antica divisione tra persone e cose non regge più di fronte alle straordinarie trasformazioni in atto. Il corpo umano, nella sua sporgenza rispetto a entrambe le categorie, testimonia della loro inadeguatezza concettuale".

Il dispositivo della persona rappresenta una delle chiavi filosofiche del lavoro portato avanti negli anni dallo studioso napoletano, in esso si iscrive, senza tensioni, il modo del nostro rapporto con le cose: dal punto di vista della persona, la cosa non rappresenta alcun problema, essa è quasi un morfema di reggenza, un complemento oggetto, all'interno del discorso che da millenni delinea le nostre vite. Ma è proprio nel confine tra persone e cose che si posiziona quel "residuo" concettuale rappresentato dalla materia viva dei corpi. Ovviamente il plurale ha qui la sua funzione semantica, perché permette di sgombrare subito il campo da ogni equivoco che potrebbe portarci a fare del corpo una metafora o un'astrazione di se stesso. Io credo invece che lo sforzo di Esposito muova in una faglia del pensiero filosofico che tenta da secoli di tenere insieme i concetti e la carne, il pensiero e la vita.

Pensare il corpo umano senza portarlo lì dove non è: siamo in grado di farlo?
Ma perchè poi è così importante? Perchè non è chi non vede che sul corpo si determinano da sempre le relazioni di potere: è il solo fatto di avere un corpo che permette di produrre separazioni tra persone e non persone e che permette un certo tipo di rapporto con la cosa rappresentato dal pensare con le mani. Ciò ha delle conseguenze che si ripercuotono sul corpo stesso: non persona e non cosa, problematico per il diritto quando esula lo spazio giuridico della persona, ridotto a cosa posseduta, meccanismo esangue per tanta parte del pensiero filosofico.
Seguendo le vicissitudini del corpo, il plurale si impone anche nel libro di Esposito quando si parla correttamente di corpi politici, poiché a essere estromessi dalla politica sono proprio loro: "qualcosa, del corpo politico, resta fuori dai suoi confini. Quando ingenti masse si accalcano nelle piazze di mezzo mondo, come oggi sta accadendo, viene allo scoperto qualcosa che precede anche le loro rivendicazioni. [...] Ancora sprovvisti di forme organizzative adeguate, corpi di donne e di uomini premono ai bordi dei nostri sistemi politici chiedendo di trasformarli in una forma irriducibile alle dicotomie che hanno allungo prodotto l'ordine politico moderno".
Ne abbiamo avuto una dimostrazione lampante proprio ieri quando i seicento corpi degli operai della Thyssen di Terni hanno manifestato a Roma contro i licenziamenti e sono stati caricati dalla polizia, con l'accusa significativa (è indifferente qui se sia vera o no) di aver voluto letteralmente "forzare il confine" imposto dalle forze dell'ordine. Non si deve pensare ingenuamente che la limitatezza del numero e la motivazione circoscritta al problema del licenziamento esuli da ciò di cui si discute. Ci sono di certo delle differenze sostanziali: le moltitudini di Wall Street e degli Indignati sono definite in negativo, esistono in quanto moltitudini solo quando spingono sui confini del sistema che non li rappresenta, ma le loro esistenze sono spesso profondamente diverse, ed è anche su questa indifferenza che secondo me prende consistenza il discorso di Esposito.
Nella rivendicazione degli operai c'era invece una positività e una soggettività abbastanza chiara, formata dal lavoro e dalla vita condivisi, quella che in Marx era la classe sociale. Si è trattato di uno scontro classico nel capitalismo: la lotta per il diritto al lavoro. In due settimane è il secondo episodio in cui manifestazioni per il lavoro finiscono con problemi di ordine pubblico, e forse anche questo deve farci riflettere.

Sottolineate le differenze, ciò che ci riporta al nostro filosofo è il dato di fatto che il dolore di una manganellata è lo stesso sul corpo di chiunque, fa effetto a qualunque livello, sia che si stia protestando contro una politica insufficiente sia lo si faccia per il diritto al lavoro chiedendo proprio alla politica delle risposte. Scrive Esposito nella sua conclusione "il corpo vivente di moltitudini sempre più vaste chiede alla politica, al diritto e alla filosofia un rinnovamento radicale dei loro lessici". Ma la politica non rinnova il suo linguaggio, risponde sempre allo stesso modo alle domande: ferire nel corpo per lasciare intatto il dispositivo della persona, cui il corpo non è riducibile in quanto tratto impersonale e facilmente trascurabile dal potere politico che nel dispositivo si riconosce.

La vignetta di Mauro Biani si dimostra particolarmente acuta su questo piano perché oppone al corpo impersonale degli operai, il personalissimo corpo del leader e delle sue cose (sempre di oggi è la "notizia" del suo cambio di orologio: dallo Swatch di 40 euro al cronografo di 15000). Esposito non lascia spazio a equivoci quando ne parla: "è in esso, nel suo volto, nei suoi gesti e nelle sue parole, che il potere riconosce se stesso senza più mediazioni". La separazione è dettata dall'avere o dal non avere le cose (la prima parte dell'intervento video di Esposito è illuminante circa questo passaggio) e anche dal saperle usare bene: "non si mette un gettone in un iphone!" spiegava Renzi qualche giorno fa parlando dell'inutilità dell'Art. 18. Ancora secondo il nostro filosofo: "al dominio assoluto delle persone sulle cose, fa riscontro quello di alcune persone su altre, esse stesse ridotte a cose"
Il nostro premier è soprattutto colui che domina le cose nella loro utilizzabilità, non le sfoggia per il loro valore di scambio come amava fare il predecessore, tanto è vero che mentre saliva le scalinate dei palazzi indossava uno Swatch. Il suo paragonare l'articolo 18 a una cosa che ha finito il suo uso, come se il valore d'uso delle cose fosse una caratteristica che naturalmente appartiene agli oggetti, i quali vanno naturalmente abbandonati quando si esauriscono, non è che un altro modo per ripetere meccanismi di dominio. Dell'articolo 18 come del corpo degli operai ciò che questa politica nega è in un certo senso il valore di scambio, cioè il fatto che entrambi siano coinvolti in un processo sociale.
Dal punto di vista del capitale l'unico cosa che conta è il valore di scambio, l'uso è una mitologia, buona a spiegarne ingenuamente i presupposti. Lo scambio è la verità del capitale, ma il capitale non è la verità dello scambio. La relazione sociale stessa e ogni tipo di legame umano è uno scambio, cioè una condivisione, un dono reciproco, un legame però non equivalente (rimando sempre al video di Esposito - inizio della parte 5 ). Non si esce dalla mediazione simbolica dello scambio, per fortuna!, solo così le cose possono in qualche modo essere libere dal dominio dell'uso e solo così esse possono essere accolte per ciò che realmente sono, qualcosa con cui, nel bene o nel male, intessiamo una relazione significativa e simbolica.

Ora, l'articolo 18 come le rivendicazioni di chi protesta non sono i pezzi da sostituire, o da rottamare, che inceppano il meccanismo. Sono relazioni, luoghi dell'impersonale (una legge e dei corpi) in cui è possibile lo scambio simbolico, poiché, in quanto impersonali, sono comuni, non nel senso che appartengono a tutti, ma nel senso che non appartengono a nessuno. Forse iniziare a ripensarli come cose sacre non sarebbe un cattivo inizio.

«Ecco un passante per la strada che ha delle lunghe braccia, degli occhi celesti, una mente dove si agitano pensieri che ignoro ma che forse sono mediocri . Ciò che per me è sacro non è né la sua persona né la persona umana che è in lui. È lui. Lui nella sua interezza. Braccia, occhi, pensieri, tutto. Non arrecherei offesa a niente di tutto questo senza infiniti scrupoli. Se la persona umana in lui corrispondesse a quanto per me è sacro, potrei facilmente cavargli gli occhi. Una volta cieco, sarà una persona umana esattamente quanto lo era prima. Non avrò assolutamente colpito in lui la persona umana. Avrò distrutto soltanto i suoi occhi» Simone Weil, La persona e il sacro.

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