Menu

Être ou ne pas être Charlie

L’espressione “Je suis Charlie”, riferita com’è noto ai tragici fatti che hanno coinvolto la rivista satirica parigina Charlie Hebdo (leggi le riflessioni dei filosofi), conserva un significato non banale se la si prende alla lettera. Essere Charlie vuol dire in primo luogo essere uccidibile senza che esistano norme direttamente applicabili al delitto. Non vi sono regole da seguire in modo chiaro e distinto né da parte di chi compie l’esecuzione (non c’è stata nessuna dichiarazione di guerra), né da parte di chi la intende punire (l’accusa di terrorismo resta sempre opaca).

Per gettare luce su quanto è accaduto in Francia torna utile la tesi di Walter Benjamin sul divenire normale dello stato d’eccezione. La sospensione della norma non è più un fatto provvisorio che si situa fuori dal diritto, bensì dimora nella legge, si confonde continuamente con essa. Un lucido filone del pensiero italiano degli ultimi decenni ha avuto l’abilità di sviluppare in maniera originale questa teoria, coniugandola con gli studi foucaultiani sulla biopolitica e giungendo, con Giorgio Agamben, a coniare strumenti epistemologici in grado di fornire una visione perspicua di ciò che accade sotto i nostri occhi. Penso per esempio al concetto di homo sacer. Com’è noto Agamben lo eredita dal diritto romano, in cui la sacertà era definita dall’impunità dell’uccisione e dal divieto di sacrificio. L’homo sacer era colui la cui uccisione non poteva essere inscritta né nella sfera del religioso né in quella del giuridico. È questa l’eccezionalità che Agamben chiama in causa allorché intende esplicitare i caratteri del nomos moderno. Egli sostiene che nel momento in cui la vita senza qualità è presa in carico dalla politica, dunque, nel punto in cui la politica diventa biopolitica, «l’homo sacer si confonde virtualmente col cittadino». È sacer non solo l’immigrato clandestino denazionalizzato, ma anche il lavoratore precario, il disoccupato, lo studente della periferia americana, il giornalista russo, il blogger orientale, l’industriale indebitato. In questa ottica erano “sacri” pure i redattori di “Charlie Hebdo” non perché protagonisti della guerra di religione o difensori del diritto di satira, ma perché abitavano in un mondo trasformatosi in “campo”, in cui il delitto tende a separarsi dal reato. Ecco, nelle parole di Agamben, la struttura peculiare del campo: «l’essenza del campo consiste nella materializzazione dello stato d’eccezione e nella conseguente creazione di uno spazio in cui la nuda vita e la norma estrano in una soglia di indistinzione». Da qui l’autore fa presto a concludere: «dobbiamo aspettarci sempre nuove e più deliranti definizioni normative dell’iscrizione della vita nella Città. Il campo, che si è ora saldamente insediato al suo interno è il nuovo nomos biopolitico del pianeta». Secondo questa prospettiva, nell’epoca in cui il governo sulle vite è esercitato su scala globale, l’homo sacer è in ogni luogo, a Kobane e nei villaggi dell’Africa nera, nella metropoli e, con connotati meno atroci, anche nei paesini più lontani dal centro dell’Impero dove un certo senso etico è stato messo in salvo.

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to Twitter
Torna in alto

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Se continui ad utilizzare questo sito accetti la cookies policy.