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Mezzi e fini. Materiali per pensare 01: Salvatore Natoli

Desostanzializzazione del mondo e monetizzazione della vita

di Salvatore Natoli

Il denaro è misura dello scambio e del valore. Può, a sua volta, essere considerato merce - lo si può acquistare e vendere - ma rappresenta pur sempre un potere d’acquisto - tutt'al più un "valore patrimoniale astratto" - o un debito. Non è mai davvero una "cosa".

"In questo senso … è paragonabile al suono della parola che è un accadimento acustico-psicologico, rilevante per noi soltanto nella misura in cui trasmette o simbolizza un contenuto di rappresentazione. Se il valore economico degli oggetti consiste nel rapporto reciproco che tra essi si instaura in quanto oggetti di scambio, il denaro è l'espressione, divenuta autonoma, di questo rapporto." "Il denaro" scrive Simmel "è la rappresentazione del valore in astratto nella misura in cui il dato di fatto del rapporto si differenzia dal rapporto economico stesso, cioè dalla possibilità di scambio degli oggetti, e assume rispetto a tali oggetti un'esistenza concettuale, a sua volta correlata a un simbolo visibile.” E prosegue: "Tutte le altre cose hanno un contenuto determinato e valgono in ragione di tale contenuto, il denaro, al contrario, manifesta il proprio contenuto nel fatto di valere, è il valere divenuto sostanza, il valere delle cose senza le cose stesse." Il denaro, dunque, per un verso esprime valori - nella forma di prezzo - per altro verso, in quanto "misura del valore", è indifferente a ogni valore. 

Nella vita vi sono cose che valgono per se stesse, quelle che nel parlare comune si dice siano “impagabili”, che "non hanno prezzo". Può esserlo, per esempio, un ricordo familiare, reso singolare, assoluto, non scambiabile non in ragione del suo valore di mercato, ma di quello affettivo. Il denaro, al contrario, è assolutamente fungibile, perché in sé è niente. Tuttavia, in ragione della sua fungibilità e mobilità esprime forse più di ogni altra istituzione l’ “interdipendenza” del mondo. Tutto, infatti, si relaziona con tutto, nulla esiste per sé solo. Ora, il denaro, proprio per la sua indifferenza, equivalenza, polivalenza, in breve per il suo "poter essere tutto", è venuto a mano a mano a perdere la sua natura di mezzo e ad acquistare valore per se stesso. Per di più ha un valore demiurgico: "il denaro motore del mondo". La progressiva trasformazione del denaro da mezzo a "valore in sé" si è sviluppata e accentuata nel corso della modernità. È nel moderno, infatti, che si è prodotta quella “desostanzializzazione” del mondo che ha spogliato le cose della loro "essenza individua" e le ha ridotte a “funzioni”. Si è passati, per dirla con Cassirer, dal "concetto di sostanza a quello di funzione”.

A partire da qui, le cose hanno cominciato a valere non in ragione del loro essere - o della propria natura - ma degli effetti che producono. Questa mutazione di mentalità riguarda il moderno nel suo complesso e in tutte le sue sfaccettature - filosofiche, scientifiche, politiche - ma il denaro è ciò che meglio la rappresenta e, soprattutto, quello che la porta “socialmente a effetto". Le cose continuano a valere per quel che sono e che servono, ma vengono apprezzate più in ragione della loro impiegabilità che della loro qualità. Gli stessi beni patrimoniali vengono valutati più in termini di “potere/possibilità” che di possesso. Un'idea, questa, peraltro non del tutto recente, già presente nella parola tedesca Vermögen, che significa “patrimonio" ma che, per la presenza del verbo mögen nella formazione del nome, allude anche al “potere". In tedesco, mögen significa, sì, potere, però nell'accezione di "essere possibile”, perfino di “desiderare”. Vermögen suggerisce quindi l'idea che il valore di un patrimonio non risiede tanto nell'esserne padroni, ma soprattutto nelle "possibilità" che concede. Importante non è tanto la proprietà, bensì la disponibilità. Uno strumento, dice Simmel, “sarà - ceteris paribus - tanto più importante e prezioso, quanto maggiore sarà il numero dei fini a cui può eventualmente servire, quanto maggiore sarà il cerchio di possibilità che ne circonda l’effettività”. In base a questo si può dunque dire che “ogni singola quantità di denaro supera il valore di ogni singolo determinato oggetto che può essere scambiato con essa, perché il denaro concede la chance di scegliere invece di questo qualsiasi altro oggetto nell'ambito di una cerchia illimitatamente grande".

Niente più del denaro rappresenta il possibile. Il moderno infrange la superstizione “cosalista” di Mida, che trasformava in oro tutto quello che toccava. La moneta stessa cessa di essere aurea, argentea, cessa definitivamente di essere una cosa e si trasforma in titolo. "Il denaro diventa denaro soltanto nella misura in cui recede il suo aspetto di sostanza … diventa quell'integrazione e unificazione di elementi di valore reciprocamente interagenti, che può essere soltanto opera dello spirito.” Le cose perdono peso: diventano aleatorie pur nella concretezza, mentre il denaro nel e per il suo fluire acquista continuità. Come perpetuum mobile è cifra del moderno, e non è affatto un caso che l'economia politica classica sia nata nel cuore della modernità. Nel corso della modernità, poi, l'economico è venuto a mano a mano guadagnando egemonia, e ciò ha modificato il rapporto degli uomini con le cose e con il mondo. Oggi tutto si può comprare, vendere, scambiare, a tutto si può “assegnare un prezzo”. E non solo alle cose, ma anche agli uomini. Non era così nel mondo classico-medioevale, quando il bene era di per sé evidente e per niente valutabile, era anzi criterio di valutazione. A partire dal moderno, “bene” è “quel che si valuta sia tale” ed è perciò relativo a una valutazione soggettiva. Ma il denaro, in ragione della sua stessa astrazione e indifferenza, è indifferente a qualsiasi contenuto. Per questa sua stessa pervasività ha progressivamente “monetizzato la vita”. Basti pensare, come esempio estremo, alla compravendita degli organi. In questo caso fa certo problema chi per bisogno è costretto a venderli, ma ancor più chi, con il potere del solo denaro, può permettersi di acquistarli.

Il dio denaro

Nella Metafisica dei costumi Kant distingueva tra “il ‘prezzo’ ” di una cosa (Preispretium) che è un valore relativo e il “valore assoluto”, interno (innererunbedingter Wert) o “dignità” (Würdedignitas), che spetta soltanto all’uomo in quanto persona esistente come fine in sé e mai come mezzo” Ma nella società del denaro tutto acquista un prezzo, e quindi anche l’uomo. Di questo rischio era consapevole Kant quando, in anticipo e con grande disincanto, scriveva che “l’uomo considerato nel sistema della natura (homo phaenomenonanimal rationale) è un essere di mediocre importanza e ha, come tutti gli animali che il suolo produce, un valore comune volgare (pretium vulgare)”. Per questo può assumere “un valore esterno relativo alla sua utilità (pretium usus)”; per la medesima ragione un uomo può essere preferito a un altro e, considerato da un punto di vista animale, acquista un prezzo al pari di ogni altra merce. Come merce, conclude Kant, “ha valore perfino inferiore al mezzo generale di scambio, cioè al denaro, il cui valore è per questa ragione considerato come eminente (pretius eminens)”. Ovviamente Kant, una volta evidenziati i termini del rischio di un uomo ridotto a merce, si premurava di mostrare che non è affatto così, che anzi “l’uomo come persona, vale a dire come soggetto di una ragione moralmente pratica, è elevato al di sopra di ogni prezzo”. Questo pensava Kant, ma in una società sempre più regolata dal denaro e dal potere finanziario è difficile che l’uomo possa mantenere il valore di fine. Infatti, ce l’ha sempre meno, e non tanto perché gli sia esplicitamente misconosciuto, ma perché a essersi persa di vista è proprio la “ragione del fine”. Gli uomini vengono trattati come mezzi quando sono sfruttati come forza lavoro per l’arricchimento altrui, ma anche quando sono consumatori passivi. Infine vi sono anche uomini che concepiscono se stessi - e si trattano - come mezzi: “mezzi per fare soldi”. E così, arricchendosi, si alienano, senza neppure accorgersene. Come ben dice il Vangelo: “Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21).

Per questa via il denaro si è trasformato da “puro mezzo” in “fine”. L’espressione, in questo caso, non è del tutto appropriata. Il denaro, infatti, più che “elevarsi” a fine, ha “deposto” ogni fine. Di esso si può dire che il “movimento è tutto, il fine è nulla”. Nel suo movimento nessun oggetto riesce a valere per se stesso, ma acquista o perde valore nel processo. Tutto, dunque, ha valore di mezzo, tranne il denaro, e non tanto perché è un fine in sé - esisterebbe ancora un’idea-aspirazione al fine - ma perché è un “vortice”. Non esce da sé, ma ha la forza di trarre la società nel suo movimento e di renderla, in certo senso, immanente a se stesso. E così la modella. In questo quadro il denaro è molto di più che un fatto semplicemente economico: è legame sociale e “codice simbolico”. Come dice Simmel, il denaro “unisce infinite serie di fini” - e io aggiungo, senza fine - e “ha, nella sua forma psicologica, importanti connessioni proprio con l’immagine di Dio”. Il pensiero di Dio, infatti, “trova la sua essenza più profonda nel fatto che tutte le varietà e tutti i contrasti del mondo raggiungono in esso l’unità”: secondo la bella espressione di Cusano, è coincidentia oppositorum. All’idea che in esso si trova l’unità e la conciliazione di tutto ciò che è estraneo all’essere e di tutte le contraddizioni risalgono la pace, la sicurezza, la ricchezza onnicomprensiva del sentimento che aleggiano intorno alla rappresentazione di Dio e al suo possesso. Indubbiamente, le sensazioni che il denaro suscita hanno, nel loro campo, un’affinità psicologica con quello che precede. “Nella misura in cui diventa l’espressione sempre più assolutamente sufficiente e l’equivalente di tutti i valori, il denaro raggiunge un’altezza astratta al di sopra dell’intera e immensa molteplicità degli oggetti, e diviene il centro in cui le cose più opposte, estranee, lontane trovano un elemento comune, il loro punto di contatto”. Nell’antico detto popolare, il “dio denaro” era l’idolo per eccellenza. C’era già lì l’intuizione che il denaro avesse a che fare con Dio.

(tratto da S. Natoli, Il buon uso del mondo, Mondadori, Milano, 2015, pp. 56-59)

 

SCUOLA ESTIVA 2015

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