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Mezzi e fini. Materiali per pensare 02: Immanuel Kant

Il contributo di Kant alla Scuola Estiva 2015 è un brano tratto da La Fondazione della metafisica dei costumi (1785), che è il primo scritto dedicato dal  filosofo a una esposizione della sua teoria morale. Nel passo che proponiamo Kant spiega che l'imperativo categorico è il solo e unico principio a priori della ragione, che comanda alla volontà di essere buona in se stessa, cioè di agire prescindendo da qualunque inclinazione sensibile e da qualunque fine particolare, assumendo un punto di vista universale. 

 

Agisci in modo da considerare l'umanità come fine, e mai come semplice mezzo.

 

 

La volontà è pensata come una facoltà di autodeterminazione ad agire in conformità alla rappresentazione di certe leggi; una facoltà del genere può esserci soltanto in esseri ragionevoli. Ora ciò che serve alla volontà come principio oggettivo per la sua autodeterminazione è il fine; se questo è fornito dalla sola ragione, deve valere ugualmente per tutti gli esseri ragionevoli. Al contrario, ciò che contiene semplicemente il principio della possibilità dell'azione il cui effetto è il fine, prende il nome di mezzo.

 Il principio soggettivo del desiderio è il movente, il principio oggettivo del volere è il motivo; da ciò consegue la differenza fra fini soggettivi fondati su moventi e fini oggettivi che concernono motivi che devono valere per ogni essere ragionevole. I principi pratici sono formali quando prescindono da ogni fine soggettivo, sono materiali quando assumono a fondamento un fine soggettivo, quindi determinati moventi. I fini che un essere ragionevole si propone a piacer suo come effetto della propria azione (fini materiali) sono tutti semplicemente relativi, giacché soltanto la loro relazione con la facoltà di desiderare del soggetto, nella sua particolare conformazione, dà ad essi il valore che hanno, valore che, quindi, non è in grado di produrre principi universali per tutti gli esseri ragionevoli e neppure principi necessari validi per ogni volontà, ossia leggi pratiche. Di conseguenza, tutti i fini relativi sono il fondamento soltanto di imperativi ipotetici.

Ma se si suppone che ci sia qualcosa la cui esistenza in se stessa abbia un valore assoluto, qualcosa che, in quanto fine in se stesso, possa essere il principio di leggi determinate, in esso e soltanto in esso può consistere il principio di un imperativo categorico possibile, cioè la legge pratica.

Ora, io dico: l'uomo e, in generale, ogni essere ragionevole, esiste come fine in se stesso, non semplicemente come mezzo per essere usato da questa quella porta; ma in tutte le sue azioni, sia quelle che lo concernono in proprio sia quelle che concernono gli altri esseri ragionevoli, deve sempre essere considerato nello stesso tempo come fine. Gli oggetti dell'inclinazione hanno tutti soltanto un valore condizionato, perché, se le inclinazioni e i bisogni che derivano da esse non esistessero, il loro oggetto sarebbe privo di valore. Ma le stesse inclinazioni, come sorgenti del bisogno, hanno così poco un valore assoluto che le renda desiderabili in se stesse che, al contrario, il desiderio universale di ogni essere ragionevole deve essere quello di liberarsene completamente. Ne segue che il valore di tutti gli oggetti conseguibili mediante la nostra azione è sempre condizionato. Gli esseri la cui esistenza si fonda, anziché sulla nostra volontà, sulla natura, quando sono privi di ragione hanno solo un valore relativo, quello di mezzi, e prendono perciò il nome di cose; viceversa, gli esseri ragionevoli prendono il nome di persone, perché la loro natura ne fa già fini in sé, ossia qualcosa che non può essere impiegato semplicemente come mezzo e limita perciò ogni arbitrio (ed è oggetto rispetto). Questi non sono pertanto fini semplicemente soggettivi, la cui esistenza, come effetto della nostra azione, ha un valore per noi, ma fini oggettivi, ossia cose la cui esistenza è un fine in sé stesso, anzi un fine che non può essere sostituito da alcun altro fine, in vista del quale i fini soggettivi dovrebbero essere semplicemente mezzi, perché senza di esso non si potrebbe mai trovare qualcosa fornita di valore assoluto; se invece ogni valore fosse condizionato e come tale contingente, non sarebbe possibile trovare per la ragione un principio pratico supremo.

Dunque, se ci deve essere un principio pratico supremo e, per quanto concerne la volontà umana, un imperativo categorico, bisogna che sia tale che - essendo la rappresentazione di un fine in sé quindi necessariamente un fine per ogni uomo - sia un principio oggettivo della volontà, sì da poter valere come legge pratica universale. Il fondamento di questo principio dice: la natura ragionevole esiste come fine in se stesso. L'uomo non può fare a meno di rappresentarsi così la propria esistenza ed è in questo senso che esso è un principio soggettivo delle azioni umane. Ma ogni altro essere ragionevole si rappresenta anch’esso così la propria esistenza, in base allo stesso principio razionale che vale anche per me; è dunque al tempo stesso un principio oggettivo dal quale, come da un fondamento pratico supremo, si devono poter derivare tutte le leggi della volontà. L'imperativo pratico sarà pertanto il seguente: agisci in modo da trattare l'umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.

[…]

Questo principio dell'umanità e di ogni natura ragionevole in generale in quanto fine in sé (che è la suprema condizione limitatrice della libertà delle azioni di ogni uomo), non ha origine empirica; prima di tutto per la sua universalità, perché comprende tutti gli esseri ragionevoli in generale, nei confronti dei quali nessuna esperienza può determinare qualcosa; secondariamente, perché in questo principio l'umanità è concepita non come un fine degli uomini (soggettivo), ossia come un oggetto che noi stessi eleviamo a fine, ma come fine oggettivo che, a prescindere dai fini che ci proponiamo, deve costituire, in quanto legge, la condizione limitatrice suprema tutti i fini soggettivi, perciò deve scaturire dalla ragion pura. Cioè: il fondamento di ogni legislazione pratica si risolve oggettivamente nella regola e nella forma dell'universalità che la rende idonea (in base al primo principio) ad essere una legge (in questo caso una legge della natura) e, soggettivamente, nel fine; ma il soggetto di tutti i fini è ogni essere ragionevole in quanto fine in se stesso (in base al secondo principio); dal che deriva ora il terzo principio pratico della volontà come condizione suprema del suo accordo con la ragione pratica universale, cioè l'idea del volere di ogni essere ragionevole in quanto volontà universalmente legislatrice.

In base a questo principio, si rifiutano tutte le massime che risultano incompatibili con la legislazione universale della volontà. Quindi la volontà non è semplicemente sottoposta alla legge, ma lo è in modo da dover essere considerata autolegislatrice, e solo a questo patto sottostà alla legge (della quale è autrice essa stessa).

Gli imperativi, come li abbiamo testé presentati - ossia: conformità delle azioni alla legge, a somiglianza dell'ordine naturale, e prerogativa universale degli esseri ragionevoli di essere fini in sé - escludevano dal loro ordine sovrano qualsiasi intromissione di moventi interessati, perché categorici; ma essi erano considerati tali perché diversamente non si sarebbe potuto spiegare il concetto di dovere. Ma che ci siano proposizioni pratiche che comandano categoricamente, non è dimostrabile per sé, come non è possibile che lo sia ancora in questa parte; una sola cosa poteva esser fatta, cioè che l’assenza di ogni interesse nell'azione voluta per dovere, che distingue l'imperativo categorico dall'imperativo ipotetico, fosse posta in luce nell'imperativo stesso, attraverso qualche determinazione in esso contenuta; il che ha luogo in questa terza formulazione del principio, ossia nell'idea della volontà di ogni essere ragionevole in quanto volontà che istituisce una legislazione universale.

Infatti, per quanto sia possibile che una volontà sottostante a leggi sia legata a queste leggi da un interesse, è impossibile che, se è essa stessa sovrana e legislatrice, dipenda da qualche interesse; giacché una volontà che fosse così dipendente avrebbe a sua volta bisogno di un altra legge che sottoponesse l'interesse del suo amor di sé alla condizione di poter valere come legge universale.

Pertanto il principio di una volontà umana tale che, mediante l'insieme delle sue massime, istituisce una legislazione universale, se recasse con sé la prova della propria esattezza, si troverebbe in perfetto accordo con l'imperativo categorico perché, proprio in virtù dell'idea di una legislazione universale, esso non si fonda su nessun interesse, perciò è il solo, fra tutti gli imperativi possibili, a poter essere incondizionato; o, meglio ancora, invertendo la proposizione: se c'è un imperativo categorico (ossia una legge per la volontà di ogni essere ragionevole), non può che comandare di agire secondo la massima di una volontà capace insieme di prendere se stessa a oggetto in quanto legislatrice universale; soltanto in questo caso, infatti, il principio pratico e l'imperativo a cui esso ubbidisce sono incondizionati, perché non esiste alcun interesse su cui possa trovare fondamento.

Non desta quindi meraviglia che tutti gli sforzi finora fatti per scoprire il principio della moralità siano necessariamente falliti. Si vedeva che l'uomo è vincolato a leggi dal suo dovere, ma non ci si rendeva conto che è soggetto soltanto alla propria universale legislazione e che è obbligato ad agire soltanto in conformità alla propria volontà, che è legislatrice universale secondo il fine della natura. Infatti, se lo si pensasse semplicemente soggetto a una legge (qualsiasi), questa presupporrebbe in sé un interesse come stimolo o costrizione, dato che non deriverebbe dalla sua volontà, la quale dovrebbe agire in conformità a una legge estranea. Ma questa conseguenza del tutto inevitabile destinava irrimediabilmente al fallimento ogni tentativo di trovare il principio supremo del dovere. Infatti ciò che si scopriva non era mai il dovere, ma la necessità di agire per un determinato interesse. Tanto se si trattava di un interesse proprio quanto di uno estraneo, l'imperativo finiva sempre per risultare condizionato e non poteva essere un comando morale. Chiamerò quindi questo principio, principio dell'autonomia della volontà, contrapponendolo a tutti gli altri principi che perciò ascrivo all’eteronomia.

Il concetto che ogni essere ragionevole deve considerarsi autore, in virtù delle massime della sua volontà, di una legislazione universale affinché possa, da questo punto di vista, giudicare se stesso e le sue azioni, conduce ad un concetto assai fecondo che si connette a questo, cioè al concetto di un regno dei fini.

Per regno intendo l'unione sistematica di diversi esseri ragionevoli mediante leggi comuni. Ora, poiché le leggi determinano i fini in base alla loro validità universale, se si astrae dalle differenze personali degli esseri ragionevoli e anche dall'intero contenuto dei loro fini privati, si potrà concepire una totalità di tutti i fini (tanto degli esseri ragionevoli in quanto fini in sé, quanto anche dei fini propri che ognuno può prefiggersi) in sistematica connessione, ossia un regno dei fini possibile sulla base dei principi suddetti.

Infatti gli esseri ragionevoli sono tutti sottoposti alla legge secondo cui nessuno deve mai trattare se stesso o gli altri semplicemente come mezzi, ma sempre in pari tempo come fini in sé. Dal che deriva una unione sistematica gli esseri ragionevoli mediante leggi oggettive comuni, ossia un regno che, per il fatto che queste leggi hanno per scopo il rapporto reciproco di questi esseri come fini e mezzi, può esser detto regno dei fini (il quale, in verità, è null'altro che un ideale).

Ma un essere ragionevole fa parte, in qualità di membro, del regno dei fini se in esso ha il ruolo di legislatore universale e insieme è sottoposto alle leggi di esso. Fa inoltre parte di tale regno in qualità di capo se, in quanto legislatore, non è sottoposto al volere di nessun altro membro.

L'essere ragionevole deve sempre considerare se stesso come legislatore in un regno dei fini possibile mediante la libertà del volere, o come membro o come capo. Ma non può tenere il posto di quest'ultimo semplicemente in virtù della massima della sua volontà, bensì soltanto se è un essere del tutto indipendente, senza bisogni e fornito di un potere interamente adeguato alla sua volontà.

La moralità consiste pertanto nel rapporto di ogni azione con quella legislazione che è la condizione del regno dei fini. Ma questa legislazione deve valere per ogni esser ragionevole e deve poter derivare dalla sua volontà, secondo questo principio: non compiere alcuna azione secondo una massima diversa da quella suscettibile di valere come legge universale, cioè tale che la volontà, in base alla massima, possa considerare contemporaneamente se stessa come universalmente legislatrice. Quando le massime non sono, per natura loro, già necessariamente conformi a questo principio oggettivo degli esseri ragionevoli in quanto legislatori universali, la necessità di agire in base a quel principio prende il nome di dovere. Nel regno dei fini il dovere non spetta al capo, ma a ciascun membro nella stessa misura.

La necessità pratica di agire in base a questo principio, cioè il dovere, non ha il suo fondamento in sentimenti, impulsi e inclinazioni, ma esclusivamente nel rapporto reciproco fra gli esseri ragionevoli; in tale rapporto la volontà di un essere ragionevole deve sempre essere considerata al tempo stesso come legislatrice, perché, in caso diverso, non si potrebbe pensarla come fine in se. In tal modo la ragione riferisce ogni massima della volontà, in quanto legislatrice universale, a ogni altra volontà e a ogni azione verso se stessa, e ciò non per un motivo pratico diverso o per qualche profitto futuro, ma sul fondamento dell'idea della dignità di un essere ragionevole che obbedisce solo alla legge da lui stesso istituita.

Nel regno dei fini tutto ha un prezzo o una dignità. Il posto di ciò che ha un prezzo può essere preso da qualcosa di equivalente; al contrario ciò che è superiore a ogni prezzo, e non ammette nulla di equivalente, ha una dignità.

Ciò che concerne le inclinazioni e i bisogni generali degli uomini ha un prezzo di mercato; ciò che, a prescindere dal bisogno, è conforme a un certo gusto, cioè al compiacimento che si prova per il semplice giuoco senza scopo delle nostre facoltà mentali, ha un prezzo d'affezione; ma ciò che costituisce la condizione necessaria perché qualcosa possa essere un fine in sé, non ha soltanto un valore relativo, o prezzo, ma un valore intrinseco, cioè dignità.

Dunque la moralità è la condizione esclusiva affinché un essere ragionevole possa essere fine in sé, perché soltanto in base ad essa questo essere può costituirsi a membro legislatore del regno dei fini. Ecco perché soltanto la moralità, e l'umanità in quanto capace di moralità, possono avere dignità. L'abilità e la diligenza nel lavoro hanno un prezzo di mercato; lo spirito, la fantasia brillante e il brio hanno un prezzo di affezione; ma la fedeltà nelle promesse, la benevolenza per principio (non la istintiva) hanno un valore intrinseco. Così la natura come l’arte non contengono nulla che possa sostituirle quando manchino, perché il loro valore non sta negli effetti che da esse derivano, nel profitto e nell'utilità che producono, ma nelle intenzioni, cioè nelle massime della volontà che sono pronte a manifestarsi in azioni, quand'anche il successo non le favorisse. Queste azioni non hanno bisogno neppure di raccomandazione da parte di qualche disposizione soggettiva o gusto che le faccia considerare con favore e soddisfazione immediati, né hanno bisogno di inclinazione o attrattiva sentimentale; esse presentano la volontà che le compie come oggetto di rispetto immediato; la sola ragione è richiesta per imporle alla volontà, senza che si tenti di ottenerle con lusinghe, perché nei confronti dei doveri sarebbe senz'altro una contraddizione. Questa stima fa riconoscere a tale atteggiamento la dignità, ponendolo infinitamente al di sopra di ogni prezzo, con cui esso non può essere né valutato né raffrontato senza violarne la santità.

Che cos'è dunque ciò che autorizza l'intenzione moralmente buona, o la virtù, ad avanzare pretese così alte? È la partecipazione alla formulazione di leggi universali che consente all'essere ragionevole di esser membro di un regno dei fini possibile; alla qual cosa lo destinava già la natura sua propria di fine in sé, dunque di legislatore del regno dei fini, affrancato da tutte le leggi della natura, obbediente soltanto a quelle che esso stesso istituisce e in base alle quali le sue massime possono dar luogo a una legislazione universale (a cui egli stesso in pari tempo si sottopone). Infatti null'altro ha valore all'infuori di ciò che la legge stabilisce. Ma la legislazione da cui scaturisce ogni valore deve, appunto per questo, avere una dignità, cioè una validità incondizionata e incomparabile, nei confronti della quale solo il “rispetto” costituisce l'espressione adeguata della stima che un essere ragionevole deve tributare ad essa. L'autonomia è pertanto il principio della dignità della natura umana e di ogni natura ragionevole.

[…]

Il carattere distintivo della natura ragionevole è di proporsi fini. Questi fini sono la materia di ogni buona volontà. Però, visto che nell'idea di una volontà assolutamente buona senza condizioni restrittive (cioè che non si propone questo o quel fine) si deve prescindere da ogni fine da realizzare (perché renderebbe la volontà soltanto relativamente buona), bisogna che il fine, qui, sia concepito non come un fine da realizzare, ma come un fine che esiste per sé, quindi solo negativamente, cioè come un fine contro il quale non si deve mai agire, che non si deve mai considerare semplicemente come mezzo, ma come fine di ogni volere. Un tal fine non può essere altro che il soggetto stesso di tutti i fini possibili, perché quest'ultimo è in pari tempo il soggetto di una possibile volontà assolutamente buona; difatti tale volontà non può essere subordinata a nessun altro soggetto senza contraddizione. Il principio: "Agisci verso ogni essere ragionevole (verso te stesso e verso gli altri) in modo che nella tua massima esso valga al tempo stesso come fine in sé", fa dunque tutt'uno, in fondo, col principio: "Agisci in base a una massima che contenga al tempo stesso in sé una propria validità universale per ogni essere ragionevole". Infatti sostenere che io, nell'uso dei mezzi per un fine, devo subordinare la mia massima alla condizione della sua validità universale di legge per ogni soggetto, è lo stesso che sostenere che a fondamento di tutte le massime delle azioni deve essere posto il soggetto dei fini, ossia l'essere ragionevole stesso, mai semplicemente come mezzo, ma come condizione limitatrice suprema nell'uso di tutti i mezzi, cioè sempre al tempo stesso come fine.

(Kant, Immanuel, La Fondazione della metafisica dei costumi, Utet, Torino, pp. 86-97)

SCUOLA ESTIVA 2015

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