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Mezzi e fini. Materiali per pensare 03: Salvatore Veca

 

Nello spazio dei fini

L'idea dello sviluppo umano come libertà delle persone si colloca nello spazio dei fini, cui ho fatto cenno sin dalle prime pagine. Ora, se accettiamo che la libertà, l'eguale libertà delle persone, è il valore politico che ha priorità, siamo naturalmente indotti a chiederci quanto ineguaglianze, disparità e differenze nelle condizioni e nelle capacità sociali, economiche, culturali rendano ineguale, a volte intollerabilmente ineguale, il valore che l'eguale libertà ha per le persone.

E siamo indotti a ritenere che nella nostra agenda politica lo scopo principale continui a essere quello di ridurre, per quanto possibile, quelle ineguaglianze ingiustificabili e inaccettabili che finiscono per tradire la promessa di base dell'eguale valore della libertà per le persone. La promessa che è iscritta nella speranza democratica dell'eguale considerazione e rispetto cui ha diritto ogni partner della polis. La promessa dell'eguale dignità delle persone che è il fine di una democrazia esigente, basata sui due mattoni dell'eguaglianza (eguale considerazione e rispetto) e della libertà (la responsabilità delle persone). Come ci ha insegnato Ronald Dworkin.

Perché se la promessa è tradita, allora le libertà sono privilegio per pochi, e non diritto per tutti. E, per questo, come ho detto a proposito del tetro catalogo degli effetti della crisi, riaffiorano in forme mutate l'ombra e la minaccia di un qualche ancien régime da ventunesimo secolo, anche entro le nostre imperfette democrazie costituzionali, poste sotto pressione ai tempi della dittatura del presente.

La giustizia sociale come equità

Dall'assioma delle uguale valore della libertà per le persone è naturale ricavare il teorema delle mutevoli politiche che mirano all'equa eguaglianza delle opportunità per le persone. Un'eguaglianza delle opportunità che accompagni universalisticamente, in un welfare ridisegnato che sfugga alla sorte della sua dismissione annunciata dai devoti del "non c'è alternativa", il ciclo di vita delle persone a fronte del mutevole portafoglio dei rischi e della varietà essenziale delle dimensioni dello svantaggio. Un welfare ridisegnato richiede la solidarietà di cittadinanza, per cui vale la massima dei Blues Brothers: "Everybody needs somebody". I nuovi lineamenti della vecchia questione sociale domandano scelte politiche di inclusione e di equità, perché nessuno sia escluso dalla cerchia di cittadinanza senza sua responsabilità, e ciascuno sia libero di perseguire il proprio progetto di vita, quale che sia. Perché sia possibile per chiunque imparare responsabilmente l'arte - certo non facile di questi tempi - di convivere nella diversità.

L'idea elementare alla base di una cultura politica di una democrazia esigente e coerente, leale al meglio del suo retaggio, dopo "il secolo socialdemocratico", i trent'anni gloriosi e il ventennio delle politiche neoliberiste e della santificazione dei mercati, è appunto quella dello sviluppo umano come eguale libertà per le persone. I beni comuni, la salute, l'educazione, il lavoro e l'ambiente sono i mezzi per molti scopi per lo sviluppo umano come libertà. Sono i beni primari, le risorse di base, le capacità che investono la qualità della vita delle persone in modo coerente con la pluralità delle sue dimensioni, oggettive, soggettive e intersoggettive. Per vederci chiaro a proposito della natura dei fini, dobbiamo abbandonare la vecchia storia del Pil e impegnarci nella ricerca della varietà di dimensioni che rendono una vita degna di essere vissuta per chi la vive.

Ora, per ridurre almeno un po' l'inevitabile astrazione e generalità di questi schemi per l'argomentazione, vorrei proporre due test elementari per mettere alla prova i principi della visione della giustizia sociale come equità. La visione che mette a fuoco i fini e parla il linguaggio dei fini, come ci ha raccomandato Tony Judt.

Il primo test si chiama: equità e bambini. Lo dedico a Nelson Mandela, che nel suo discorso di insediamento nel 1994 ci ha detto che "siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini". Ci si chieda quanto il destino delle persone sia dominato e definito dal posto, dalla famiglia, dal sesso, dalla cultura in cui accade loro di nascere. L'abbiamo visto: nessuno di noi, fino a prova contraria, sceglie di nascere.

Il punto è semplice: quanto più è probabile che il progetto di vita di una persona sia determinato dalla lotteria che le assegna un certo biglietto in partenza, tanto più una società tradisce la promessa dell'uguaglianza delle opportunità e, insieme, la promessa dell'eguale rispetto dovuto a chiunque. Del resto, chiediamocelo ancora una volta: società ingessate, in cui l'ascensore della mobilità è bloccato, non rievocano forse un qualche ancien régime, postmoderno quanto vi pare, in cui ceti e ordini e caste e corporazioni irreggimentano la sorte dei sudditi?

Il secondo test si chiama: equità e donne. Lo dedico a Malala Yousafzai, la ragazza pakistana che si batteva a Mingora, nella valle dello Swat, per il diritto allo studio delle bambine, che fu ferita nel 2012 dai talebani mentre tornava a casa sul pullman scolastico e che nel 2013, all'Onu, avvolta nel grande scialle di Benazir Bhutto, ci ha detto: "capiamo l'importanza della luce quando vediamo l'oscurità; della voce, quando veniamo messi a tacere. Allo stesso modo in Pakistan abbiamo capito l'importanza di penne e libri, quando abbiamo visto le pistole. La penna è più forte della spada". Ci si chieda semplicemente quale sia, in una società, la condizione femminile e quanto valgano la promessa dell'eguale rispetto, la promessa dell'eguaglianza delle opportunità, la promessa dell'inclusione, nel caso della differenza di genere. La differenza che attraversa tutte le altre, di religione, di razza, di classe, di etnia, di cultura, di orientamento sessuale.

Inoltre, come ho già accennato, è facile rendersi conto che i due test e, in particolare, l'indicatore dell'eguale o diseguale rispetto per le donne fissano uno dei pochi punti fermi per il giudizio della critica sociale che abbiano abbiano carattere universalistico, che valgano qua e là, in giro per il mondo. Nello stesso mondo, attraversato da persistenti disaccordi etici, politici e religiosi nei casi estremi, che condividiamo in mille modi diversi con miliardi di esseri umani.

Così, I due test elementari valgono anche come promemoria per i cenni conclusivi sull'idea di utopia realistica e situata e sul problema della giustizia globale, cui ci induce l'esplorazione dello spazio dei fini. Un'esplorazione che è mossa e orientata dal senso della possibilità. (Salvatore Veca, "Non c'è alternativa" (Falso!), Laterza, Bari, pp-.67-72)

Materiali per la Scuola di Filosofia 2015

SCUOLA ESTIVA 2015

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