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Mezzi e fini. Materiali per pensare 05: Aristotele

Una buona parte del Libro I della Politica riguarda la crematistica, ovvero "l'amministrazione delle ricchezze" (da chrèmata, «cose, sostanze»). Aristotele precisa che la crematistica che può essere considerata parte dell'economia domestica è quella "naturale", cioè quella che concerne le ricchezze come beni necessari per vivere bene. Il filosofo fa notare come, logicamente, questo tipo di ricchezza abbia un limite ben determinato, stabilito proprio dal suo fine (vivere bene), e perciò può essere considerata moralmente legittima. Vi è poi un secondo tipo di crematistica, che mira ad acquisire ricchezze illimitate e quindi non fa parte dell'economia, perchè a invertirsi è esattamente il rapporto tra i mezzi e fini, essendo il fine illimitato e non essendolo i mezzi. Il testo ha forse una lettura un po' difficoltosa, bisogna infatti tenere presente che l'approccio analitico di Aristotele è sempre molto scientifico, ma varrà la pena arrivare fino in fondo per riassaporare la profondità a la lucidità con cui la penna dello Stagirita attraversa il foglio e il tempo per arrivare fino a noi.

Politica I (A) 8-9, 1256a 1258a

Dobbiamo ora studiare in generale secondo il nostro modo consueto, ogni forma di proprietà e di crematistica, dal momento che anche lo schiavo fa parte della proprietà. Prima di tutto si potrebbe discutere se è la crematistica è identica all'amministrazione familiare o ne è una parte o è subordinata e, in questo caso, se lo è come l'arte di fabbricare le spole rispetto all'arte del tessere, o la metallurgia rispetto alla statuaria (ché queste due non sono subordinate allo stesso modo, bensì l'una provvede gli strumenti, l'altra la materia, e per materia intendo la sostanza da cui risulta l'opera, come ad esempio per il tessitore la lana, per lo statuario il bronzo). Si vede chiaramente che l'arte dell'amministrazione domestica non è la stessa che la crematistica (perché funzione dell'una è procacciare, dell'altra usare: e quale sarà l'arte che userà i beni della casa se non l'arte dell'amministrazione familiare?): comunque se la crematistica sia parte dell'amministrazione domestica o di specie differente è una questione discussa. Se infatti è proprio del crematista esaminare donde derivano beni e proprietà, e la proprietà comprende molte forme, come la ricchezza, ci si potrebbe chiedere in primo luogo se l'agricoltura fa parte della crematistica o è cosa d'altro genere, e in generale, la cura e l'acquisto di quanto riguarda gli alimenti. Ora, ci sono molte specie di alimentazione, per cui ci sono pure molte forme di esistenza, sia tra gli animali, sia tra gli uomini: non si può infatti vivere senza alimenti e, quindi, la diversità della nutrizione ha prodotto le diverse forme di vita degli animali. [...] Lo stesso è per gli uomini. Anche i modi di vita di costoro differiscono molto. [...]
Ecco, dunque, all'incirca i generi di vita, per quanti almeno hanno una attività produttrice autonoma e non si procurano il cibo mediante gli scambi al commercio: vita del nomade, del predone, del pescatore, del cacciatore, del contadino. Alcuni, poi, vivono con piacere combinando questi modi di vita e colmando così le mancanze del loro, là dove non permette ad essi di raggiungere un'autosufficienza: per es. alcuni vivono la vita del nomade del predone, altri quella del contadino e del cacciatore. E ugualmente per gli altri: essi menano quel genere di vita a cui il bisogno costringe. Si vede, dunque, che la proprietà in questo senso è data a tutti dalla natura stessa, subito, appena gli esseri viventi vengono alla luce e così pure quando hanno raggiunto lo sviluppo. Infatti, dapprincipio al momento stesso della nascita di loro piccoli, alcuni animali producono insieme una certa quantità di nutrimento sufficiente finché il nuovo nato se lo possa procurare da sé, per es. i vermipari o gli ovipari: i vivipari, poi, hanno per un certo tempo in se stessi il nutrimento pei loro piccini, la sostanza chiamata latte. Allo stesso modo, quindi, bisogna credere, è chiaro, che la natura pensa anche agli adulti e che le piante sono fatte per gli animali e gli animali per l'uomo, quelli domestici perché ne usi e se ne nutra, quelli selvatici, se non tutti, almeno la maggior parte, perché se ne nutra e se ne serva per gli altri bisogni, ne tragga vesti e altri arnesi. Se dunque la natura niente fa né imperfetto né invano, di necessità è per l'uomo che la natura li ha fatti, tutti quanti. [...]
Dunque, una sola forma d'acquisizione fa parte per natura dell'arte da amministrare la casa perché bisogna o che ci sia o ci pensi tale arte a procurarla, quella provvista di beni necessari alla vita e utili alla comunità dello stato o della casa. Sono questi beni che pare costituiscano la ricchezza vera. E in realtà la quantità di siffatti beni sufficienti alla vita beata non è illimitata, come pretende Solone nei suoi versi:
Limite alcun di ricchezza non c'è né si scorge per gli uomini.
Ce n'è, infatti, uno qui, come nelle altre arti: nessuno strumento di nessun'arte è illimitato né per numero né per grandezza e la ricchezza è un insieme di strumenti adatti all'amministrazione della casa e dello stato. È chiaro, dunque, che esiste un'arte di acquisizione naturale per amministratori e uomini di stato e se n'è vista la causa.
9. C'è un'altra forma d'acquisizione che in modo particolare chiamano, ed è giusto chiamare, crematistica, a causa della quale sembra non esista limite alcuno di ricchezza e di proprietà: molti ritengono che sia una sola e identica con quella predetta per la sua affinità, mentre non è identica a quella citata e neppure molto diversa. Il vero è che delle due l'una è per natura, l'altra non è per natura e deriva piuttosto da una forma di abilità e di tecnica. Per trattarne prendiamo l'inizio di qui. Ogni oggetto di proprietà ha due usi: tutt'e due appartengono all'oggetto per sé, ma non allo stesso modo per sé: l'uno è proprio, l'altro non è proprio dell'oggetto: ad es. la scarpa può usarsi come calzatura e come mezzo di scambio. Entrambi sono modi di usare la scarpa: così chi baratta un paio di scarpe con chi ne ha bisogno in cambio di denaro o di cibo, usa la scarpa in quanto scarpa, ma non secondo l'uso proprio, perché la scarpa non è fatta per lo scambio. Lo stesso vale per gli altri oggetti di proprietà. In realtà di tutto si può fare scambio: esso trae la prima origine da un fatto naturale, che cioè gli uomini hanno di alcune cose più del necessario, di altre meno (per cui è anche chiaro che il piccolo commercio non fa parte per la cura della crematistica, ché allora avrebbero dovuto fare lo scambio in rapporto a quanto ad essi bastava). Nella prima forma di comunità, e cioè la famiglia, è evidente che lo scambio non ha alcuna funzione: esso sorge quando la comunità è già più numerosa. I membri della famiglia avevano in comune le stesse cose, tutte; una volta separati, ne ebbero in comune molte, e anche diverse - e di queste dovettero fare lo scambio secondo i bisogni, come ancora fanno molti dei popoli barbari, ricorrendo al baratto. Essi infatti scambiano oggetti utili contro oggetti utili ma non vanno aldilà di questo, dando per es. o prendendo vino contro grano, e così via per ogni altro genere di tali prodotti. Un siffatto scambio non è contro natura e neppure è una forma di crematistica (giacché tendeva a completare l'autosufficienza voluta da natura): da questa, però, è sorta logicamente quella. Perché quando l'aiuto cominciò a venire da terre più lontane, mediante l'importazione di ciò di cui avevano bisogno e l'esportazione di ciò che avevano in abbondanza, s'introdusse di necessità l'uso della moneta. Infatti non si può trasportare facilmente tutto ciò che serve alle necessità naturali e quindi per effettuare il baratto si misero d'accordo di dare e prendere tra loro qualcosa che, essendo di per sé utile, fosse facile a usarsi nei bisogni della vita, come il ferro, l'argento e altri metalli del genere, definito dapprima alla buona mediante grandezza e peso mentre più tardi ci impressero anche uno stampo per evitare di misurarlo - e lo stampo fu impresso come segno della quantità.
Dunque, una volta trovata la moneta in seguito alla necessità dello scambio, sorse l'altra forma di crematistica, il commercio al minuto, esercitato dapprima probabilmente in forma semplice, ma che in seguito, grazie all'esperienza, divenne sempre più organizzato, cercando ormai le fonti e il modo di ricavare i più grossi profitti mediante lo scambio. Per questo, quindi, pare che la crematistica abbia da fare principalmente col denaro e che la sua funzione sia di riuscire a scorgere donde tragga quattrini in grande quantità, perché essa produce ricchezza e quattrini. Se spesso si ritiene che la ricchezza consista nel possedere molti denari è proprio perché a questo tendono la crematistica e il commercio al minuto. Al contrario taluni ritengono la moneta un non senso, una semplice convenzione legale, senz'alcun fondamento in natura, perché, cambiato l'accordo tra quelli che se ne servono, non non ha più valore alcuno e non è più utile per alcuna delle necessità della vita, e un uomo ricco di denari può spesso mancare del cibo necessario: certo, strana davvero sarebbe tale ricchezza, che, pur se posseduta in abbondanza, lascia morire di fame, come appunto il mito tramanda di quel famoso Mida, il quale, per il voto suggerito dalla sua insaziabilità, trasformava in oro tutto quanto gli si presentava. Per ciò cercano una ricchezza e una crematistica che sia qualcosa di diverso, ed è ricerca giusta: in realtà la crematistica e la ricchezza naturale sono diverse perché l'una rientra nell'amministrazione della casa, l'altra nel commercio e produce ricchezza, ma non comunque, bensì mediante lo scambio di beni: ed è questa che, come sembra, ha da fare col denaro perché il denaro è principio e fine dello scambio. Ora, questa ricchezza, derivante da tale forma di crematistica, non ha limiti e, invero, come la medicina è senza limiti nel guarire, e le singole arti sono senza limiti nel produrre il loro fine, (perché è proprio questo che vogliono raggiungere soprattutto) mentre non sono senza limiti riguardo ai mezzi per raggiungerlo (perché il fine costituisce per tutte il limite), allo stesso modo questa forma di crematistica non ha limiti rispetto al fine e il fine è precisamente la ricchezza di tal genere e l'acquisto dei beni. Ma della crematistica che rientra nell'amministrazione della casa, si dà un limite giacché non è compito dell'amministrazione della casa quel genere di ricchezze.
Sicché da questo punto di vista appare necessario che ci sia un limite a ogni ricchezza, mentre vediamo che nella realtà avviene il contrario: infatti tutti quelli che esercitano la crematistica accrescono illimitatamente il denaro. Il motivo di questo è la stretta affinità tra le due forme di crematistica: e infatti l'uso che esse fanno della stessa cosa le confonde l'una con l'altra. In entrambe si fa uso degli stessi beni, ma non allo stesso modo, ché l'una tende a un altro fine, l'altra all'accrescimento. Di conseguenza taluni suppongono che proprio questa sia la funzione dell'amministrazione domestica e vivono continuamente nell'idea di dovere o mantenere o accrescere la loro sostanza in denaro all'infinito. Causa di questo stato mentale è che si preoccupano di vivere, ma non di vivere bene, e siccome i loro desideri si stendono all'infinito, pure all'infinito bramano mezzi per appagarli. Quanti poi tendono a vivere bene, cercano quel che contribuisce ai godimenti del corpo e poiché anche questo pare che dipenda dal possesso di proprietà, tutta la loro energia si spende nel procurarsi ricchezze, ed è per tale motivo che è sorta la seconda forma di crematistica. Ora, siccome per loro il godimento consiste nell'eccesso, essi cercano l'arte che produce quell'eccesso di godimento e se non riescono a procurarselo con la crematistica ci provano per altra via, sfruttando ciascuna facoltà in maniera non naturale. Così non s'addice al coraggio produrre ricchezze ma ispirare fiducia, e neppure s'addice all'arte dello stratego o del medico, ché proprio della prima è procurare la vittoria, dell'altra la salute. Eppure essi fanno di tutte queste facoltà mezzi per procurarsi ricchezze, nella convinzione che sia questo il fine e che a questo fine deve convergere ogni cosa. (Aristotele, Politica, Laterza, Bari, 1993, pp.15-21)

Materiali per la Scuola di Filosofia 2015

SCUOLA ESTIVA 2015

 

 

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