Menu

Mezzi e fini. Materiali per pensare 09: Gustavo Zagrebelsky

Gustavo Zagrebelsky Socio Costituzionalista dell'Associazione Italiana dei Costituzionalisti, già professore ordinario di Diritto Costituzionale presso l'Università di Torino e presso l'Università degli studi di Sassari, è stato nominato giudice costituzionale dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro il 9 settembre 1995, prestando giuramento il 13 settembre 1995. Il 28 gennaio 2004 è stato eletto presidente della Corte costituzionale, carica che ha ricoperto fino allo scadere del suo mandato il 13 settembre 2004.
Attualmente è professore emerito dell'Università di Torino.

Il nostro è il tempo grigio del nichilismo, non quello colorato della politica. Paralisi della rappresentanza, congelamento della competizione politica, perdita di significanza delle promesse e dei programmi elettorali, condivisione e larghi incontri, predominio del governo nella sua versione tecnica ed esecutiva di volontà altrui e sovrastanti: tutto ciò è quanto può riassumersi nell'espressione, ormai d'uso corrente, di 'post-democrazia', parola che può assumersi nel significato di 'divieto di discorso sui fini'.

 

Perchè è necessario un discorso sui fini

 

Se il mezzo e il fine finiscono per coincidere

Nella tradizione, è sempre stata chiara la distinzione mezzi/fini ma, oggi, questa distinzione sembra svanire: i mezzi diventano essi stessi fini, e i fini, a loro volta, sono mezzi. Qui sta la novità, ed è una novità che spaventa perché rende ciechi. È il caso del denaro e del suo valore nel rapporto col potere.

Da sempre, denaro e vita stanno insieme e formano un binomio. Sempre così è stato. Il denaro come motore non solo dell'esistenza individuale, ma anche di quella politica è un luogo comune. «Pecuniae oboediunt omnia», dice Qoelet (10, 19), ed Erasmo da Rotterdam, negli Adagia, ricorda, come esempio tra i tanti, un «pecunia anima miseris mortalibus» e un «pecunia altera hominis anima». L'essere umano ha natura venale: se può, arraffa; e, se non può arraffare, finisce a sua volta per rendersi venale vendendosi: cioè, in certo senso, arraffando se stesso. Ciò vale per gli esseri umani, ma vale anche per quell'uomo in grande che è lo Stato. D’ogni cosa il denaro è il nerbo, la forza, ovunque si tratti di relazioni di potere: pecunia regina mundi. Di Cicerone è la sentenza «robustissimus rei publicae nervus pecunia est». Jean Bodin, uno dei padri teorizzatori dello Stato moderno, tratta del denaro come «nerfs de la République».

Dunque, il denaro è il tessuto connettivo delle relazioni tra gli esseri umani e delle loro attività, siano esse private o pubbliche. Sbaglierebbe, quindi, chi si stupisse guardando alla realtà odierna, una realtà che, per certi aspetti, è una conferma. Ma si sbaglierebbe anche se si pensasse che ‘così va il mondo’, come va adesso, nei giorni nostri. Il rapporto tra potere e denaro cambia nel tempo, in concomitanza con i mutamenti delle concezioni della vita e con i mutamenti delle società. Nel tempo in cui viviamo, questo rapporto ha caratteri propri, tali da segnarlo interamente. Forse, proprio in questi caratteri possiamo cercare la chiave per com-prenderlo, prenderlo tutt’insieme, e così renderci consapevoli, in sintesi, del nostro mondo, delle forze che lo dominano e che cercano di modellarlo sulle proprie leggi ed esigenze.

Nel corso delle epoche storiche, è cambiato il modo di concepire la ricchezza: la ricchezza che oggi identifichiamo nell'anonimo denaro ma che, un tempo, era soprattutto proprietà immobiliare, influenza e autorità su persone e potere di comando. Per lungo tempo, il denaro non ha avuto valore in sé e neppure come principale segno distintivo di posizione sociale. I banchieri, per crescere nella scala sociale, comperavano per sé e per i discendenti un titolo nobiliare. La distinzione primaria non era tra ricchi e poveri dal punto di vista della disponibilità di mezzi economici; era, secondo le parole del Magnificat (Lc 1, 50), tra i potentes e gli humiles.

Di solito, i potenti erano anche divites e gli umili, esurientes. Quest'ultima era, però, una distinzione secondaria (potevano esserci ricchi impotenti e anche - più difficile - potenti poveri). Il denaro era non il fine, ma un mezzo. Era un mezzo tra vari altri e, soprattutto, non era fine a se stesso. Serviva a costruire strade, ponti, acquedotti, cattedrali; ad armare eserciti e a fare guerre, o a corrompere i nemici per accrescere lo Stato; a organizzare imprese commerciali nelle Indie e in territori coloniali; a finanziare lo splendore della corte regia e glorificare un sovrano o una casata.

Nell'età della Rinascimento, quando le immobili strutture sociali medioevali iniziarono a scricchiolare, ad alimentare la spasmodica ricerca di denaro da parte di principi e mercanti era la violenta sete di fama, come misero in luce Jacob Burckhardt, in La civiltà del Rinascimento in Italia, e Johan Huizinga, in L’autunno del Medioevo. Ancora, nell'epoca del capitalismo calvinista, la ricchezza doveva servire ad investire nelle industrie di famiglia, di cui gli imprenditori si gloriavano d’essere i ‘capitani’. Per i singoli, poi, il denaro - il piccolo capitale, il gruzzolo - serviva a garantire a sé e ai propri figli un futuro sicuro.

Mai, per lungo tempo, si accettò l'idea del denaro come bene, in sé e per sé, destinato a essere produttivo d'altro denaro. La questione, storicamente, si poneva con riguardo al denaro dato a prestito su cui maturano interessi: una pratica a lungo considerata con sospetto e condannata dalla Chiesa romana, sia pure con eccezioni via via più ampie. Nella condanna, Lutero era anche più radicale. In ogni caso, erano malvisti coloro che si dedicavano professionalmente a quell'attività, pur se non si trattava, secondo i nostri criteri, di usurai e strozzini. Ma, anche quando la barriera fu travolta dalle esigenze dell'economia basata su capitali da investimento e nacquero i primi istituti bancari - le Casse di risparmio e i Monti - il denaro non era al servizio della speculazione sul denaro. Non serviva a produrre denaro per mezzo di denaro: era al servizio dell'attività economica e commerciale delle comunità di riferimento, tramite prestiti finalizzati al loro sviluppo. In una parola: il traffico di denaro non era autoreferenziale.

Oggi, il denaro concepito come mezzo si è trasformato in finanza. La finanza è denaro volatile, cioè distratto dalla cosiddetta ‘economia reale’. L'economia della finanza usa il denaro, sottraendolo ai cicli produttivi, per produrre altro denaro. Il denaro è dunque mezzo e, al tempo stesso, fine. Il denaro, che alle origini del capitalismo era finalizzato a sostenere la produzione, il consumo, insomma l'industria, cambia destinazione: serve a sostenere e a espandere se stesso, attraverso la speculazione finanziaria che si esercita nell'acquisto e nella vendita di ‘prodotti finanziari’. Quello che è stato il capitalismo industriale, privato o statale che fosse, i cui prodotti erano beni e servizi per il consumo, si trasforma in capitalismo finanziario: tutt'altra cosa.

 

Lo Stato al tempo della finanza

Soprattutto a partire dalla seconda metà del secolo scorso, le risorse dello Stato si compongono in misura crescente di denaro esterno al prelievo fiscale, provenienti dal mondo finanziario che le alimenta acquistando debito pubblico. Da ciò è iniziato un processo di alterazione dei paradigmi politici tradizionali, costruiti sul presupposto dello Stato quale detentore del potere politico supremo, cioè della sovranità. La sovranità statale, invero, da tempo subisce profondi processi di corrosione e limitazione a favore di centri di potere interni ed esterni.

Ma, oggi, siamo di fronte a qualcosa di profondamente diverso: non all'indebolimento dello Stato, bensì al suo mutamento di natura: una trasformazione che merita particolare attenzione. Questo è un punto di importanza capitale, per comprendere la nostra condizione.

Consideriamo un'espressione che fino a qualche decennio fa sarebbe stata non solo bizzarra, ma addirittura incomprensibile: fallimento dello Stato. Lo Stato non poteva fallire. Il fallimento è la condizione di insolvenza verso i creditori che riguarda le società commerciali e che porta alla cessazione dell'attività, alla dispersione di quel che resta del loro patrimonio e alla distribuzione delle spoglie tra gli aventi diritto. Mai si sarebbe potuto pensare che lo Stato potesse fallire, precisamente perché lo Stato - così si pensava - non è una società commerciale. Dicono i giuristi: è un ente necessario. Oggi non è più così. La terminologia del commercio ha fatto la sua trionfale irruzione nel nostro discorso pubblico: Azienda Italia; concorrenza tra Stati; Investimenti-Italia s.p.a., ecc. Il linguaggio della sovranità ha ceduto il passo a quello del commercio e il linguaggio, qui come sempre, è un sintomo - spesso inconsapevole da parte di chi lo usa - della realtà.

La realtà è che tanto più lo Stato è strutturalmente gravato dal debito, tanto più è esposto al potere della finanza, oggi completamente globalizzata, della cui benevola attitudine ha bisogno per rifinanziarsi. A ogni emissione o scadenza di titoli del debito pubblico, c'è come un momento di suspense. Come reagiranno i mercati finanziari? Ci saranno o non ci saranno investitori? Quali tassi di interesse essi richiederanno per sottoscrivere? Sarà lo stato capace di reggere una condizione finanziaria che riscuota la fiducia degli investitori, spesso speculatori? Più in generale: quali condizioni essi detteranno allo Stato perché il suo debito, il cosiddetto debito sovrano, sia considerato merce appetibile? Il rischio, per lo Stato, è di non trovare più sottoscrittori; o d'essere soffocato dai creditori.

A tal fine, lo Stato deve adottare le ‘riforme’ che le autorità che operano sul mercato finanziario ritengono necessarie. Per ora, manifestamente, si tratta di riforme che hanno a che vedere con i suoi conti. Le misure adottate in conseguenza dei vincoli di bilancio, imposti dalle autorità monetarie europee, indotti dalle influenti stime delle agenzie di rating, o assunti con la costituzionalizzazione dell'obbligo del pareggio di bilancio, costringono a politiche di rigore finanziario che si traducono in aumento della pressione fiscale, riduzione delle spese fisse per il funzionamento della macchina burocratica, tagli agli investimenti nei diversi settori dello Stato sociale. Tutto ciò avviene sotto gli occhi di tutti e quasi irresistibilmente, malgrado gli sforzi di resistenza.

Ma il condizionamento che la finanza è capace di esercitare s'estende alla formazione delle coalizioni politiche e alle compagini ministeriali. Le prime, tanto meglio accette quanto più incapaci di scelte propriamente politiche, cioè selettive, come avviene tutte le volte in cui i confini delle maggioranze s'allargano a intese trasversali; le secondi, quanto più composte da elementi ‘tecnici’ e bene accetti negli ambienti bancari e della finanza internazionale. Anche questo si svolge sotto i nostri occhi e va sotto il nome di ‘stabilità’: una parola, a prima vista bonaria, che indica un'esigenza primordiale per i mercati finanziari, l'esigenza che le spinte sociali non omologabili alla logica di questi ultimi e, perciò, da questo punto di vista, non razionali, siano emarginate, neutralizzate. Come corollario, l’inamovibilità del ceto dirigente che perpetua se stesso e, se conosce cambiamenti, li controlla attraverso cooptazioni di nuovi soggetti necessariamente fidelizzati.

Ad analoga esigenza corrisponde la ‘governabilità’. Essa comporta il rovesciamento gerarchico delle posizioni reciproche dei parlamenti e dei governi: i primi pur sempre maggiormente permeati dalla concretezza ‘divisiva’ delle condizioni di vita dei cittadini di quanto non lo siano le oligarchie tecnocratiche che occupano le posizioni negli organi esecutivi. Paralisi della rappresentanza, congelamento della competizione politica, perdita di significanza delle promesse e dei programmi elettorali, condivisione e larghe intese, predominio del governo nella sua versione tecnica ed esecutiva di volontà altrui e sovrastanti: tutto ciò è quanto può riassumersi nell'espressione, ormai d’uso corrente, di «postdemocrazia», parola che può assumersi nel significato di ‘divieto di discorso sui fini’.

Da questo punto di vista, non ha attirato l'attenzione che avrebbe meritato la dichiarazione dell'allora presidente del Consiglio italiano, riportata dai giornali nazionali e stranieri il 5 agosto del 2012, nella quale la nascosta vena anti-parlamentare d’ogni governo ‘tecnico’ traspariva con evidenza. Si trattava della «causa europea», che non sempre e dappertutto trova sostegno nei parlamenti nazionali: «ce lo chiede l’Europa», perché «ce lo chiedono i mercati». Ecco allora il monito: «I governi non devono farsi condizionare dai rispettivi parlamenti» che sono elementi della «dissoluzione psicologica dell’Europa» dove «allignano sentimenti anti-europeisti». E la conclusione: «Ogni governo ha anche il dovere di educare le Camere». Ancor più chiaro: «Il miglior governo? Quello senza voti. I voti non giovano. Mi fa riflettere che quel governo che ha fatto riforme sempre rinviate è stato un governo nel quale nessuno [dei ministri] aveva preso voti». Ecco, dunque, la pressione delle esigenze della finanza sulla stessa forma di governo democratica. Il che - sia detto per inciso - dovrebbe far riflettere sul significato di diverse riforme costituzionali oggi in cantiere.

Il culmine, non privo d'una sua razionalità, è stato raggiunto nel report degli ‘analisti’ della banca d’affari JP Morgan (28 maggio 2013), anch’esso sottovalutato, non tanto con riguardo alle sue diagnosi, quanto per l'insofferenza ch’esso mostra verso le forme politiche che l'Europa ha costruito in secoli della sua storia, insofferenza motivata dal fatto che la democrazia è una pietra d'inciampo, che spezza il circolo potere-finanza. Leggiamo: «I sistemi politici della periferia meridionale [dell’Europa] sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici e costituzionali del Sud presentano tipicamente le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; […] la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I Paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle Costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)».

(Gustavo Zagrebelsky, Contro la dittatura del presente. Perché è necessario un discorso sui fini, Roma-Bari, Laterza, 2014, pp. 6-14)

Materiali per la Scuola di Filosofia 2015

 

SCUOLA ESTIVA 2015

 

 

Submit to FacebookSubmit to Google PlusSubmit to Twitter
Torna in alto

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Se continui ad utilizzare questo sito accetti la cookies policy.