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Antigone ancora oggi ci parla, il suo nome è Costituzione

L'incontro con Ottavio Sferlazza su Il diritto di Antigone e la legge di Creonte si è svolto alla presenza di un pubblico numeroso e attento, che ha potuto assistere al percorso filosofico, storico e politico delineato dal Giudice siciliano intorno al problema centrale che Antigone pone.

 

sferlazza

Sferlazza, Procuratore della Repubblica di Palmi, è stato davvero raffinato nel legare insieme l'analisi della tragedia sofoclea alla sua particolare dimensione di vita e di pensiero: quella di un uomo di legge che vive, come tutti noi, in questo presente lacerato dai conflitti, ma che deve cercare, attraverso la pratica della giustizia, di risanare quel conflitto tutte le volte che è possibile. Così come Antigone ci chiede senza sosta da 2500 anni di cogliere il senso della giustizia in una situazione insanabile, allo stesso tempo la pratica della giustizia nel presente consiste nel definire cosa sia giusto e cosa non lo sia. Questo è ciò che Sferlazza fa con il suo lavoro, e dalla sua relazione è emerso esattamente questo problema: come ricomporre ciò che apparentemente non si può ricomporre. La corposa lezione di giusfilosofia che è stata presentata all'uditorio è confluita, alla fine, sulle risposte che la filosofia e gli uomini di oggi possono dare alla tragedia di Sofocle.

Antigone e Creonte sono infatti i rappresentanti di di due forme di diritto tra loro inconciliabili, almeno così è nella storia della figlia di Edipo, che vuole seppellire il corpo del fratello Polinice, contro l'editto del governatore Creonte, il quale invece vuole lasciare il cadavere esposto alle intemperie per punire fin dopo la morte il suo tradimento.

La legge positiva, quella del potere costituito che garantisce l'ordine, si scontra con la legge naturale, quella del sentire originariamente umano, che chiede pietà per i morti.  Le interpretazioni e le prese di posizione per stabilire come dipanare una matassa tanto intricata sono state molte nella storia della filosofia, ma la più particolare tra tutte queste letture ci è sembrata proprio quella a cui Sferlazza aderisce, posizione che condivide con il giurista e filosofo Gustavo Zagrebelsky.

Zagrebelsky sostiene, infatti, che nessuno dei due personaggi ha ragione, nel senso che nessuno dei due incarna, da solo, una posizione di verità. Piuttosto, è la potenza della tragedia quella di mostrare insieme in uno stesso spazio concettuale, letterario o teatrale, le due posizioni contrastanti: agli occhi degli spettatori l'insegnamento consisteva proprio nel cogliere il conflitto insolubile, che suscitava allo stesso tempo il desiderio di agire collettivamente affinché non si arrivasse a produrre nella comunità fratture autodistruttive.

Ciò che più di tutto ci ha colpito è stato il modo con cui Sferlazza ha poi ricollegato quest'analisi storico-filosofica ai giorni nostri: le due posizioni, quella della legge che diventa tirannica e quella del diritto solo naturale non possono essere mantenute così, nella loro separatezza. Le democrazie come le nostre risolvono il conflitto tragico, quando a una tirrania della maggioranza, che potrebbe produrre un diritto positivo ingiusto, oppongono la Costituzione: quella raccolta di principi fondamentali che incarnano esattamente l'originaria giustizia posta in essere da Antigone contro Creonte, poichè la giustizia della Costituzione è fatta di dignità, buon senso, umanità; semplice come quel gesto di Antigone che getta un pugno di terra sul corpo del fratello, e inesorabile. Forse questa lettura potrà apparire a taluni fin troppo ottimista e pacificatrice, ma ci consola e ci riempie fiducia il fatto che a proporla, e a sostenerla con forza, sia un uomo che è garante di tutto questo nel suo lavoro.

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