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Ultra sunt leones. Note su 'Limite', l'ultimo libro di Remo Bodei

Alcune riflessioni di Alessandra Mallamo intorno a Limite, l'ultimo libro di Remo Bodei. Il filosofo dell'Università della California, direttore della Scuola Estiva, inaugurerà i lavori dell'edizione 2016 il 18 luglio alle 17,30 (leggi qui il programma completo). Di seguito riportiamo l'intero articolo, apparso sull'edizione on-line della rivista "Diogene Magazine"

Leggere un libro di Remo Bodei è sempre un’esperienza immersiva: l’impressione è quella di attraversare in profondità diverse superfici di senso, su cui si dipanano i significati e le tante interazioni speculative che l’oggetto di studio preso in esame intesse con il mondo.
Limite (Bologna, Il mulino, 2016, 124 p.) è il titolo del libro, che condensa in una sola parola un concetto centrale per la comprensione del nostro presente: in esso, infatti, si esplicano molte domande significative circa le nostre possibilità di progresso, di scelta e anche di convivenza, in quanto esseri umani.
Anzi, in quanto esseri viventi, poiché la nostra stessa esistenza individuale è definita da tale idea anche a un livello puramente biologico. I limiti fisici segnano, letteralmente, lo spazio della nostra persona, cioè i confini in cui possiamo esistere in quanto elementi individuati; la biologia della cellula, in primis, conferma che l’autopoiesi non è altro che la capacità di un’entità vivente di autodistinguersi, cioè di creare un confine. Nell’analisi di Bodei, la questione è affrontata a partire da quel sistema molto più complesso che è il sistema vivente definito come umano, dove la limitatezza dei sensi è fondamentale sia dal punto di vista evolutivo che esistenziale, essa è contemporaneamente il gap che ci ha consentito di creare apparati di sopravvivenza non naturali e ciò che determina nostro atteggiamento verso il mondo. Proprio a partire dai nostri limiti fisici si può cogliere la particolare interazione che intercorre tra l’estensione dei sensi e la plasticità dell’organo più enigmatico di tutti: il nostro cervello.

Anche qui, il concetto di limite non è dato una volta per tutte, ma attraversa una storia che va dal rapporto che intratteniamo con la nostra immaginazione, come facoltà capace di superare i limiti materiali del nostro sentire (qui è giustamente citato Leopardi), fino al significato della biochimica neurale, che ci permette di individuarci in quanto esseri unici e irripetibili non solo dal punto di vista esistenziale e storico, ma biologico. In un certo senso, potremmo dire che lo sviluppo delle Brain Sciences, della biogenetica e delle biotecnologie, è un tentativo di risposta che mette in crisi i termini di una domanda dalla natura kantiana: “cosa possiamo fare con il nostro corpo e con il nostro cervello?” ora è un problema che riguarda l’etica e non tanto la conoscenza. Si tratta infatti di una domanda che non può più presupporre una risposta data una volta per tutte, e che dovrebbe necessariamente considerare il contesto delle relazioni di potere in cui si pone, poiché concerne la nostra libertà.
È chiaro che la questione non può essere liquidata con l’idea che esista un animale umano che conserva la sua autenticità solo fuori dalla tecnica o, al contrario, con l’adesione incondizionata alle nuove possibilità che essa ci offre. Anche perché, oggettivamente, ciò che abbiamo scoperto è che l’idea stessa di “destino” - inteso come qualcosa che pertiene inevitabilmente a ciò che siamo e ai nostri limiti - è messa in crisi, ed è con questo che dobbiamo confrontarci, prima di chiederci se il progresso sia un bene o un male.
Modulando il problema a un altro livello, nella Storia l’idea di destino si sovrappone a quella di progresso, disseminata in ogni epoca di questo desiderio di superamento del limite. Nelle vicende politiche e geopolitiche, culturali e umane, si stringe di nuovo, ma in modo diverso, il nodo tra natura e civiltà. La natura in questa fase dell’analisi viene riconosciuta nel mondo al di fuori di noi, ciò che costituisce il nostro limite esterno, e non solo come ciò che noi siamo fisicamente e biologicamente. Nei secoli abbiamo tentato di conquistarla, conoscerla, emularla, attraverso le esplorazioni geografiche e le scoperte scientifiche, spingendoci con l'analisi matematica a interrogare il difficilissimo rapporto tra finito e infinito. Ci siamo fatti domande che non serviva farsi (dal punto di vista utilitaristico dell’evoluzione, a cosa serve, infatti, chiedersi se esiste l’infinito?), siamo partiti per luoghi che nemmeno sapevamo esistessero: il pensiero del limite sembra avere in sé il tratto specifico della specie umana che consiste nella capacità di creare un “oltre”, anche solo potenziale, attraverso cui riflettere sulle nostre possibilità e, soprattutto, sulle nostre impossibilità.
Ovviamente non poteva mancare l’analisi di quelli che sono i limiti della conoscenza dell’intelletto umano, in altre parole, il nostro modo di intendere e rapportarci con la verità. Ma se è stato possibile porre questo problema, e metterlo al centro della filosofia moderna con Cartesio, Locke, Kant ed Hegel, è perché, prima, autori come Telesio, Spinoza, Machiavelli, hanno “distrutto le possenti mura difensive che impedivano alla conoscenza di penetrare negli arcana naturae, gli arcana Dei e gli arcana imperii, i misteri della natura, di Dio e del potere” (p. 74).
Questo squarcio sulla superficie del sapere ha ferito per sempre l’idea che possano esistere certezze derivate esclusivamente dall’autorità della tradizione, aprendo l’abisso con cui ci confrontiamo noi oggi. Solo poche centinaia di anni fa sarebbe stato impossibile farsi certe domande in merito al senso del progresso, e al valore dell’innovazione. Non è un fatto di poco conto, soprattutto quando si considera che il problema del limite contiene in sé la domanda circa il tipo di etica da assumere rispetto al crollo dei fondamenti e all'assenza di un mondo condiviso, di fronte a cui ci pone la globalizzazione capitalistica, che crea piuttosto un mondo "diviso".
La prassi accettata oggi ovunque ci dice che “la trasgressione è la regola”, l’innovazione è tutto. Se non vogliamo ripetere la retorica reazionaria e stupida di un fantomatico ritorno alle origini, dobbiamo anche essere capaci di rifiutare che l’unica opzione credibile sia un “relativismo soft” cioè il fatto di adottare “una paradossale morale provvisoria permanente”.
Forse dovremmo tentare di trovare una posizione etica che ci permetta resistenza e resilienza;  credo che Bodei tenti di definire tale etica in chiusura del suo lavoro, dove parla della capacità di riconoscere e distinguere i limiti (producendo una vera e propria critica immanente), una “critica etica” direi, che possa portare ad agire, a non rassegnarsi, alla luce di un insegnamento che il nostro pensatore recupera da Marco Aurelio: “E non attendere la giusta Citta di Platone; ti deve bastare un po’ di miglioramento, anche minimo (IX, 29)” (p. 122).

Il libro di Remo Bodei è inserito tra i materiali di lettura che costituiscono i riferimenti filosofici della Scuola Estiva di Alta Formazione in Filosofia “Giorgio Colli”, di cui Remo Bodei è direttore dal 2015. Organizzata dall’Associazione “Scholé”, la Scuola, giunta alla settima edizione, si terrà quest’anno dal 18 al 23 luglio, a Roccella Jonica, dove si discuterà di Esercizi di resistenza etica. Come attraversare il deserto, con Luciano Canfora, Donatella Di Cesare, Aldo Schiavone, Paolo Vinci, oltre che, naturalmente, con Remo Bodei.
In Limite si ritrovano interessanti stimoli di riflessione, che interagiscono dialetticamente con gli argomenti che verranno trattati durante gli incontri filosofici roccellesi: dal tema della tecnica a quello del capitalismo e delle diseguaglianze, dal tema dell’ospitalità a quello della guerra.
Bodei, di conseguenza, affronterà un tema strettamente collegato con le riflessioni che segnano la sua ultima pubblicazione. Uscite d’insicurezza. Paradossi della nostra morale provvisoria permanente è il titolo del suo intervento: a partire dalla constatazione di un’insicurezza diffusa e dall’acuta percezione di una «crisi senza fine» che caratterizza il nostro presente, il filosofo sardo discuterà con i partecipanti sulle conseguenze e le pratiche che si determinano in questa situazione, chiedendosi se non stia nascendo il bisogno di norme non soggette a rapida scadenza e punti di orientamento meno vaghi, in sostanza, l’esigenza di fare eticamente perno su un più costante, coerente e vigile senso di responsabilità personale e di coinvolgimento in progetti condivisi.

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