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Esercizio vs. ozio. Un altro modo di dire Scholé

Cogliere lo spunto da un libro importante del pensiero italiano contemporaneo, Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica (Paolo Virno, Ombre Corte, 2002), sconsideratamente fuori commercio da ormai molti anni, per presentare alcune considerazioni sui temi di fondo della VII Scuola Estiva.

Esercizi di esodo. Linguaggio e azione politica (Ombre Corte, 2002), di Paolo Virno,è un grande libro della filosofia italiana contemporanea. E, forse, proprio perché grande, il volume è introvabile, fuori commercio, mai più pubblicato da anni. È un oggetto raro anche nelle biblioteche italiane e, per esperienza personale, l’occasione di leggerlo è data sicuramente da una mattinata trascorsa nella Bibliothèque Nationale, a Parigi. Alcune sue parti, combinate con altri testi più o meno recenti, sono state pubblicate all’inizio di quest’anno, sempre in Francia, presso l’editore L’éclat. Il libro raccoglie una trentina di saggi, scritti per la maggior parte tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, durante l’esperienza breve ma felice della rivista “Luogo Comune”.

L’opera testimonia l’esistenza di una corrente critica, sfrontata e piena di grazia, che si ispira alle teorie dell’operaismo italiano e, più in generale, del pensiero radicale europeo che porta i nomi di Krahl e Sohn-Rethel, De Martino e Debord, Foucault, Deleuze-Guattari e del Marx dei Grundrisse. Il testo ha almeno due grossi meriti. Il primo riguarda l’analisi dei modi di produrre la ricchezza nel tardo capitalismo e consiste nel mettere a fuoco la centralità del sapere e del linguaggio nel lavoro contemporaneo, non solo nell’industria culturale, ma anche e soprattutto nella Fiat di Melfi. Nell’epoca in cui la produzione diretta delle merci è in larga misura assorbita dal sistema automatico di macchine, il lavoro vivo assomiglia sempre meno a un’attività strumentale che termina in un prodotto finito e sempre più, invece, prende a modello l’agire di concerto e la performance comunicativa. Nel tardo capitalismo, restando pur sempre un fenomeno soggetto al furto del tempo altrui, l’opera dell’uomo si intellettualizza, annettendo a sé non solamente i saperi e i linguaggi ultraspecialistici ma anzitutto la vita media della mente, ovvero le più generali capacità dell’intelletto umano: il linguaggio, la memoria, la facoltà di astrarre e correlare, l’attitudine ad apprendere e a formulare ipotesi. La conseguenza epistemologica della metamorfosi del lavoro sta nella caduta del confine tra due antichi e nobili concetti della filosofia occidentale, la praxis e la poiesis. Affermare che il lavoro diventa intellettuale e linguistico, significa sostenere una tesi anti-aristotelica e anche anti-marxista perché vuol dire che il lavoro diventa senza opera, non è più riconoscibile come poiesis, bensì come praxis.

Il secondo merito del libro di Virno sta nell’illustrazione della teoria dell’esodo - già elaborata nel dettaglio in quel piccolo ma prezioso trattato politico degli inizi degli anni ’90 che s’intitola Virtuosismo e rivoluzione -, intesa come teoria politica a tutto tondo. Al cospetto del faraone contemporaneo, che per l’autore assume le sembianze del Capitale e dello Stato, dunque, del lavoro salariato e del monopolio della decisione politica, l’esodo indica una terza via, alternativa sia alla nuova presa di potere di tipo statuale e capitalistico sia alla sottomissione passiva. L’esodo coincide con una fuga intraprendente che mira a fondare nuove forme di vivere e di riprodurre la vita; è la defezione di massa che, nell’attraversare il deserto per sottrarsi all’avversario, modifica gli usi, sperimenta nuove regole comuni e nuovi modelli di produzione, insomma crea un altro ethos. Promettente, sotto il profilo teorico e pratico, è l’esperienza, descritta da Marx nell’ultimo capitolo del Libro I del Capitale e puntualmente ripresa da Virno, degli operai americani di metà Ottocento che fuggono dal regime di fabbrica e si inoltrano nel West per colonizzare terre a basso costo. Nel sottrarsi a ruoli sociali stabiliti, essi colgono l’occasione di organizzare diversamente le proprie vite, rovesciando un classico schema: non contadini che diventano operai, ma operai maturi che si trasformano in liberi coltivatori. È nell’ottica della teoria politica dell’esodo che gli Esercizi di Virno contribuiscono a ispirare il tema di fondo della VII Scuola Estiva. La formula che sintetizza gli argomenti su cui si rifletterà dal 18 al 23 luglio prossimi suona familiare: Esercizi di resistenza etica. Come attraversare il deserto. La bellezza del termine ‘esercizio’ è considerevole, perché in un sol colpo racchiude il senso dell’attività faticosa che si scontra di continuo con limiti e ordini, con la difficoltà di affinare il gesto per essere meno maldestra e con l’altrettanta complessa gestione di comandi, norme, regole. Da qui abbiamo preso le mosse, nell’ambito dell’associazione culturale Scholé, con l’intento di sviluppare un’apparente contraddizione. Pensare una scholé che, in quanto tempo emancipato dal lavoro, non equivalga al tempo inoperoso, ma a un modo per sospendere l’attività in corso così da liberare le chance rimaste finora inespresse, al fine di agire e fare cose diverse, agire e fare in un’altra maniera. Scholé, dunque,non come ozio inerte macome esercizio. Un esercizio cui va aggiunto il punto di vista dell’etica, che, diversamente dalla morale individuale, si fonda sulle pratiche collettive e sui rapporti di forza sociali. Di questi motivi e di come esercitare il diritto di resistenza e di opposizione al deserto del reale – questo mondo monovalore, omologato, che sembra non ammettere un fuori ma solamente un essere immutabile ed eterno, per il quale non ha senso neanche discutere di un dentro – parleremo con Remo Bodei, Luciano Canfora, Donatella Di Cesare, Fiorinda Li Vigni, Aldo Schiavone e Paolo Vinci. Il tema dell’esodo resterà sullo sfondo delle nostre discussioni, riservandosi di venire pure in primo piano a seconda dell’inclinazione che prenderà il dibattito. Il motivo è presto detto. La teoria dell’esodo, secondo la versione elaborata da Virno, rappresenta uno dei modi più coerenti per non pensare all’irreversibilità del Capitale e dello Stato, e delle loro maschere odierne: banche centrali e denaro finanziario, governo, biopolitica e austerity. È logicamente e anche politicamente sbagliato sostenere che così è, oppure niente. Non vale, qui, e non varrà neanche a Roccella, il criterio secondo cui o è l’essere o è il nulla. L’esodo, sotto questa luce, fa tutt’uno con l’esercizio di una possibilità latente, non ancora realizzata, ma realizzabile. Invocare l’esodo è, in altri termini, una maniera spregiudicata per resistere e lottare e, nella traversata, disorientare il nemico giocando di inventiva e dando corpo all’inattuale, alla potenza ancora disapplicata. 

 

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