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Diritto di Resistenza foto di Alessandra Scali

Diritto di Resistenza

Sul valore etico-politico dell'esercizio di resistenza pubblichiamo un brano di Paolo Virno, tratto da Virtuosismo e rivoluzione, del 1993, ripubblicato di recente nel volume L'idea di mondo (Quodlibet, 2015, pp. 146-147).

La nuova geometria e la nuova gradazione dell’ostilità, lungi dal consigliare una mitezza inerme, esigono una puntigliosa ridefinizione del ruolo assolto dalla violenza dell’Azione politica. Poiché l’Esodo è una sottrazione intraprendente, il ricorso alla forza non andrà più commisurato alla conquista del potere statale nel paese del faraone, ma alla salvaguardia delle forme di vita e delle relazioni comunitarie sperimentate lungo il cammino. Sono le opere dell’amicizia che meritano di venire difese a qualsiasi costo. La violenza non è protesa ai “domani che cantano”, ma assicura rispetto e persistenza a ciò che si è abbozzato ieri. Non innova, ma prolunga qualcosa che già c’è: autonome espressioni dell’agire-di-concerto imperniato sul general intellect, organismi di democrazia non rappresentativa, forme di assistenza e di reciproca protezione (di welfare, insomma) sorte fuori e contro l’Amministrazione dello Stato. Si tratta, dunque, di una violenza conservatrice. Ai conflitti estremi della metropoli postfordista si attaglia bene una categoria politica premoderna: lo jus resistentiae, il Diritto di Resistenza. Con questa locuzione, nella giurisprudenza medioevale, non si intendeva affatto l’ovvia facoltà di difendersi se aggrediti. Ma neanche una sollevazione generale contro il potere costituito: netto è il discrimine nei confronti della seditio e della rebellio. Il Diritto di Resistenza ha un significato molto specifico e molto sottile. Esso autorizza l’esercizio della violenza ogni volta che una corporazione artigiana, o la comunità tutta, o anche singoli cittadini, vedano alterate dal potere centrale certe loro prerogative positive, acquisite di fatto o valevoli per tradizione. Il punto saliente sta, quindi, nel preservare una trasformazione ormai avvenuta, nel sancire un comune modo di essere che già spicca in altorilievo. Strettamente correlato alla Disobbedienza radicale e alla virtù dell’Intemperanza, lo jus resistentiae suona, oggi, come l’ultima e più aggiornata parola in tema di “legalità” e “illegalità”. La fondazione della Repubblica, se scarta la prospettiva della guerra civile, postula però un puntiglioso Diritto di Resistenza. 

 

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