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Être ou ne pas être Charlie

L’espressione “Je suis Charlie”, riferita com’è noto ai tragici fatti che hanno coinvolto la rivista satirica parigina Charlie Hebdo (leggi le riflessioni dei filosofi), conserva un significato non banale se la si prende alla lettera. Essere Charlie vuol dire in primo luogo essere uccidibile senza che esistano norme direttamente applicabili al delitto. Non vi sono regole da seguire in modo chiaro e distinto né da parte di chi compie l’esecuzione (non c’è stata nessuna dichiarazione di guerra), né da parte di chi la intende punire (l’accusa di terrorismo resta sempre opaca).

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Charlie Hebdo. Le riflessioni dei filosofi

In quest'articolo abbiamo pensato di raccogliere gli interventi dei filosofi che si sono espressi sulla strage parigina e che ci sono sembrati interessanti. Il motivo è lo stesso cui fanno riferimento rispettivamente Massimo Cacciari e Slavoj  Žižek: se è vero che "quando la storia appare tragica si fa molto fatica a ragionare" è altrettanto vero che proprio allora "è il momento giusto per trovare il coraggio di pensare".

Questa piccola rassegna stampa filosofica, che verrà aggiornata all'occorrenza, può aiutarci a farlo.

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Forme di Agamben. La vita al di là di prassi e poiesi

Il programma antropologico di Giorgio Agamben si è concluso – o per meglio dire è stato «abbandonato», come l’autore stesso scrive nell’Avvertenza – con la pubblicazione del volume L’uso dei corpi (Neri Pozza, Vicenza, 2014, pp. 366, 18 euro). La ricerca sull’Homo sacer, che prende il nome dal libro inaugurale (1995), è andata orientandosi alla elaborazione di una teoria della liberazione dell’uomo dal dominio della biopolitica e dell’economia. Negli ultimi vent’anni, chiodo fisso è stata la questione circa la possibilità di sottrarre la nuda vita alle tecniche di governo e al potere del capitale. Agamben fornisce finalmente la sua versione: davvero libera è l’esistenza inoperosa. 

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Le persone e le cose: il filosofo e i manganelli

Nel suo ultimo libro, Le persone e le cose, come nella lezione tenuta a Roccella, che potete vedere qui, la riflessione di Roberto Esposito ha preso una piega molto chiara: "l'antica divisione tra persone e cose non regge più di fronte alle straordinarie trasformazioni in atto. Il corpo umano, nella sua sporgenza rispetto a entrambe le categorie, testimonia della loro inadeguatezza concettuale".

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