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Il resto di niente

Seminario di studi in onore di Mario Alcaro

Il resto di niente. Aspirazioni universali e (r)esistenze singolari
Coordina Fiorinda Li Vigni
Intervengono Denise Celentano, Alessandra Mallamo, Angelo Nizza

 

 
 
Il seminario di quest’anno nasce dalle riflessioni che abbiamo avuto modo di sviluppare in seguito alla nostra partecipazione al “Laboratorio della Scuola di Roma dell’IISF”, il 31 gennaio 2016. Fiorinda Li Vigni, organizzatrice della ricca rassegna filosofica romana e, ormai, collaboratrice strettissima di Scholé, ci ha onorato con il suo invito coinvolgendo me, Alessandra Mallamo,  Angelo Nizza e Denise Celentano, che abbiamo avuto il piacere di conoscere e apprezzare alla Scuola 2015.
 
Il seminario romano aveva come argomento centrale “emancipazione e legami”: appare subito chiara la vicinanza tra questi temi e quelli che, in questi anni, sono stati i percorsi di ricerca che abbiamo impostato durante la scuola estiva con molti giovani studiosi di filosofia nelle giornate di studio dedicate al filosofo calabrese Mario Alcaro. Tali giornate sono state, fin dalla loro prima edizione nel 2012, un tentativo di elaborare le ricerche della Scuola Colli nella forma del seminario, per lasciare aperta la possibilità di far emergere nuovi spunti per il pensiero con uno spirito sempre squisitamente politico e legato alla comprensione del presente.
 
Quest’anno abbiamo scelto affrontare un nodo tematico che ci sta molto a cuore e che è possibile formulare come la domanda circa il potenziale di emancipazione che alcune forme singolari di (r)esistenza possono possedere. È il caso della riflessione sulla posizione politica - o meglio, e più significativamente, “impolitica” - assunta dai migranti (i “senza parte” della società mondiale), sul significato di cui si incarica la categoria di “classe” alla luce dell’odierno stravolgimento dei rapporti economici globali e delle relazioni sociopolitiche all’interno degli stati.
 
Il nostro presente è un tempo che non permette più di riflettere in termini di Stato nazione: la geopolitica prende il posto della politica riducendola a gioco di interessi particolari tra gli Stati e l’unica forma di collante universale tra tutte le genti consiste nel fatto di condividere lo sfruttamento della globalizzazione capitalistica.
 
Se è vero che, al di là delle particolarità private e delle differenze culturali, è la rapina selvaggia delle risorse, la schiavitù economica (nei molti sensi in cui può essere concepita tale espressione) e la perdita di diritti l’unica cosa che accomuna tutti, allora ripensare un progetto politico adatto al nostro presente significa farlo in termini universali di lotta all’ingiustizia, a partire dalla trasversalità della globalizzazione.
 
Una riflessione che ha di mira l’emancipazione politica, oggi, non può che essere concepita in modo da coinvolgere l’umanità intera, presa nella sua universale esposizione alla violenza del capitalismo, viceversa, non basta genericamente opporre a tutto ciò l’universalità dei diritti, ma bisogna chiedersi quale tipo di politicizzazione essa mette in atto.
 
Quando parliamo di “universalismo” in realtà non diciamo niente di originale, visto che l’idea di universalità è il cuore pulsante della storia mondiale moderna, a partire dalla Rivoluzione Francese e dalla sua “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” del 1789, fino a oggi, epoca in cui l’appello ai diritti umani è sempre più spesso il movente della discussione autenticamente politica: basta guardare a ciò che avviene in Europa in questi mesi, dove non si riesce a dare una risposta davvero politica all’universalità incarnata che spinge sui nostri confini. La dimostrazione concreta che l’unica forma di relazione che siamo capaci di mettere in atto sia, al contrario, “biopolitica”,  è data dalla costruzione di muri e dalla messa in atto di un’architettura urbana e sociale di tipo immunitario (pensiamo, per esempio, al modo con cui sono concepiti i centri di accoglienza). 
 
Qui veniamo quindi al discorso che coinvolge quella che storicamente - in una prospettiva marxiana - doveva essere, ed è stata, la portatrice “singolare” di un progetto di emancipazione collettivo: la classe operaia. La sensazione di assistere a un fallimento di questo progetto deve includere tra le sue cause proprio lo stravolgimento, operato dalla globalizzazione economica e da una rinata centralità della biopolitica, dei rapporti di forza particolari all’interno degli Stati nazionali; perciò non solo dovremmo chiederci che tipo di singolarità, di “caso singolare”, esprime oggi la nozione di classe operaia, ma anche che cosa possiamo fare con il concetto di “classe sociale”, non a caso una delle parole più dismesse dal vocabolario politico attuale ma nella quale, spesso, si è mantenuta viva la lotta per i “diritti politici”.
 
Il seminario di quest’anno vuole pensare nello scarto tra globalizzazione e stato nazionale, nel problema che esiste tra diritti umani e diritti politici, perché crediamo sia questo uno dei nodi in cui pensare l’universalità di un progetto di lotta all’ingiustizia universale, poiché essa assume ovunque forme e moventi uguali, o perlomeno comparabili tra loro. Una nuova idea di universalismo può modificare il gioco inautentico della contrapposizione tra i diritti della “nuda vita” senza particolarità e una specifica realtà politica: acquisito come categoria politica, l’universale può essere l’elemento che permette di mantenere viva la non coincidenza di una comunità con se stessa, l’idea che il tutto di ogni specifica comunità politica è sempre un “non-tutto”.
 
In quest’ottica potremmo recuperare la riflessione di Franz Fanon, rappresentante del movimento terzomondista per la decolonizzazione, per mostrare in che senso intendere che l’universalismo o è politicizzato o non è: 
 
“Sono un uomo e devo riprendere tutto il passato del mondo. […] Ogni volta che un uomo ha fatto trionfare la dignità dello spirito, ogni volta che un uomo ha detto no a un tentativo di asservire il suo simile, mi sono sentito solidale col suo gesto. In nessun modo devo trarre la mia vocazione originale dal passato dei popoli di colore. In nessun modo devo accanirmi a far rivivere una civiltà negra giustamente misconosciuta. Non mi eleggo uomo di nessun passato [...]. La mia pelle nera non è depositaria di valori specifici [...]. Non ho dunque altro da fare su questa terra che vendicare i negri del xvii secolo? [...] Non ho il diritto, io uomo di colore, di augurare che nel Bianco si cristallizzi una consapevolezza rispetto al passato della mia razza. Non ho diritto, io uomo di colore, di preoccuparmi dei mezzi che mi permetterebbero di pestare la fierezza dell’antico padrone. Non ho il diritto né il dovere di esigere riparazione per i miei antenati addomesticati. Non esiste missione negra; non c’è fardello bianco [...]. Non voglio essere vittima dell’astuzia d’un mondo nero […] “Chiederò all’uomo bianco d’oggi d’essere responsabile dei negrieri del xvii secolo? Cercherò in tutti i modi di far nascere negli animi il senso di colpa? [...] Non sono schiavo della Schiavitù che disumanizzò i miei padri […] “Io uomo di colore, non voglio che una cosa: che mai lo strumento domini l’uomo. Che cessi per sempre l’asservimento dell’uomo da parte dell’uomo” (tratto da Franz Fanon, Pelle nera maschere bianche, Marco Tropea, Milano, 1996, pp. 199-203, citato in Slavoj Žižek. Dalla tragedia alla farsa. Ideologia della crisi e superamento del capitalismo, Ponte alle Grazie, Milano,2013, iBooks.)

 

 

 
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