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La scuola estiva di filosofia 2015

MEZZI E FINI - SCUOLA ESTIVA DI ALTA FORMAZIONE IN FILOSOFIA "GIORGIO COLLI"

6a EDIZIONE ROCCELLA JONICA 19-23 LUGLIO 2015 

SALVATORE NATOLI 19 // REMO BODEI 20 // GEMINELLO PRETEROSSI 21 // LAURA BAZZICALUPO 22 // GIANNI VATTIMO 23

Organizzata dall'Associazione Culturale Scholé - centro studi filosofici
In collaborazione con: Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e Centro per la Filosofia Italiana
Partecipano : Comune di Roccella Jonica, Comune di Placanica, Comune di Marina di Gioiosa Ionica, Presidi del libro - Locride
comitato scientifico
Mario Alcaro (†), Pietro Barcellona (†), Remo Bodei, Massimo Cacciari, Giuseppe Cantarano (direttore), Umberto Curi, Roberto Esposito, Sergio Givone, Salvatore Natoli, Teresa Serra, Aldo Tonini, Gianni Vattimo
Il programma definitivo sarà pubblicato prossimamente.La Scuola come sempre si svolgerà tutte le mattine dalle 9.30 alle 13.30 presso l'ex-Convento dei Minimi di Roccella Jonica. Non mancheranno le serate sul lungomare e le gite filosofiche presso i Comuni di Marina di Gioiosa Ionica e Placanica. L'Associazione Scholé, pur non godendo di finanziamenti pubblici, eroga ogni anno delle borse di studio, finanziate grazie alle attività dell'Associazione e alla raccolta fondi. Quest'anno sono 12! Trovate il bando quiCome sempre la partecipazione è gratuita e aperta a tutti. Se poi volete sostenerci e ottenere tutta una serie di vantaggi, ecco come fare a iscriversi Infine, se volete venire a Roccella, con una spesa approssimativa di 200/250 € potete fare un bella vacanza di 5 giorni, rintemprando il corpo e lo spirito. Qui tutte le informazioni sulle agevolazioni per i fuorisede

 

IL PROGRAMMA 

I temi per il 2015

FINI Contro la dittatura del presente il giurista Gustavo Zagrebelsky parla della necessità politica di un discorso sui fini. Nel suo discorso fine e fini della politica si confondono, in un tempo in cui la democrazia manifesta gli aspetti più ambigui della sua natura: "democrazia è parola mimetica e promiscua" che in ragione di ciò può essere continuamente piegata e adattata a circostanze diverse, per lo stesso motivo è una parola a cui i detentori del potere non vogliono rinunciare, un abito buono per tutte le occasioni, che mostra così la sua vuotezza. "Parliamo di democrazia sapendo che usiamo una parola che si presta alla menzogna": in questo esser consapevoli consiste il tratto nichilista della nostra sostanza politica. Il senso di spaesamento in cui viviamo è l'espressione emotiva di un pensiero innegabile, ovvero che il sistema democratico non abbia nessun altro fine se non essere mezzo del suo mantenersi in vita, e che la sua vita non sia altro che una continua tendenza al vuoto politico, economico, sociale: il fine si coniuga alla fine indissolubilmente. 
Il pessimismo della ragione impone di pensare che proprio il mantenimento formale della struttura democratica, che ci dovrebbe mettere tutti nella possibilità di agire per cambiare questa condizione, costituisca il motore principale di tale politica degenere e che quindi ci troviamo di fronte a un esaurimento irrecuperabile di questo modo di fare comunità. L'ottimismo della volontà consiste forse nell'accettare di confrontarsi con questa realtà, con la nostra responsabilità e con il mito di noi stessi.
A questo proposito, uno dei passaggi più raffinati e "difficili" della riflessione di Zagrebelsky sta nel sottolineare che realisticamente la democrazia sia il lavorio continuo di distruzione delle oligarchie, con la consapevolezza che a un'oligarchia ne seguirà subito un'altra. Penso sia proprio così: molte fini e molti fini. L'aspetto positivo è che in questo perenne movimento la democrazia si riconosce come una forma di governo portatrice di valori non assoluti e di identità non infrangibili.
Nè il fine né la fine, ma, come suona il nome della nostra Scuola, i fini, declinato al plurale. Se non c'è un unico compimento, un'unica fine e un unico fine, un unico modo di essere e un'unica idea di governo, si apre il campo della possibilità, dell'affermazione della differenza, della nascita del nuovo. Basti vedere come la società, proprio ora che i tempi sono più bui, si sia (duramente) risvegliata su problematiche e temi che fino a poco tempo fa si ritenevano impensabili nel dibattito pubblico. Non siamo certo più sereni, più liberi, più felici ogni giorno che passa, però siamo ora nella condizione di porci il problema della nostra libertà.
MEZZI Secondo Hanna Arendt, i mezzi sono strumenti che servono a fabbricare un'opera, un bene materiale; a partire dall'era capitalistica diremo: un prodotto. Nel processo economico è sempre vero che il fine giustifica i mezzi e ogni cosa ha valore rispetto all'utilità e alla convenienza per il fine desiderato. Un prodotto ha la caratteristica di non essere mai un fine in sé stesso: ogni merce è tale in quanto è mezzo di soddisfazione di un desiderio, di un bisogno, o mezzo di scambio. In base al criterio di utilità la relazione tra mezzi e fini è simile a una catena in cui ogni fine serve ancora come mezzo in un altro contesto e l'uomo economico è quello che strumentalizza ogni cosa, anche gli aspetti e le forme che realizzano la sua umanità. Il dominio del criterio di utilità agisce nella politica proprio con l'introduzione del rapporto mezzo-fine, che assume una portata omnicomprensiva. La produzione di prodotti finiti fa da modello per l'agire specificamente umano, quello politico. L'agire politico, spiega la Arendt sulla scia di Aristotele, è sempre in atto, il suo senso non dipende dal fatto di raggiungere o meno un fine, ma dal fatto di essere espressione della pluralità umana. Nello spazio politico: «il mezzo per conseguire il fine sarebbe già il fine; e questo fine, d'altro canto, non può esser considerato come un mezzo anche a diverso titolo, perché non c'è nulla di più elevato da raggiungere che questa stessa attualità» .
In un libro del 1996 che per l'appunto s'intitola Mezzi senza fine. Note sulla politica, una sorta di commento al primo volume del ciclo Homo sacer, Giorgio Agamben assegna un posto eminente alle categorie di mezzo e fine nell'impresa di ripensare le più importanti nozioni della tradizione politica occidentale a partire da quelle di potere sovrano e nuda vita. La sua idea sembra capovolgere quella della Arendt quando definisce la politica come una medialità svincolata dal fine, uno spazio in cui si mostra la dimensione dei mezzi puri. Scrive Agamben: «Politica è l'esibizione di una medialità, il render visibile un mezzo come tale». Un mezzo che acquista senso per se stesso e non in relazione al fine verso cui dovrebbe volgere. Mentre la Arendt estromette la relazione mezzo-fine puntando tutto sull'essere sempre in atto dell'agire politico, Agamben parte da dentro tale relazione per recuperare uno spazio alla politica e fa acquisire ai "mezzi" una nuova possibilità.
MEZZO VS. STRUMENTO Per osservare più da vicino il funzionamento del dispositivo mezzo/fine conviene distinguere il mezzo dallo strumento: una definizione coerente di strumento potrebbe essere quella di intenderlo come un mezzo orientato a uno scopo determinato. Volendo fornire un esempio guardiamo al nostro linguaggio quotidiano. Il Wittgenstein delle Ricerche filosofiche ci ha ben illustrato che il linguaggio non è uno strumento di comunicazione, ma è un mezzo con cui svolgiamo diverse attività: certamente lo usiamo anche per comunicare messaggi e però non è questo l'unico suo uso né quello più rilevante; col linguaggio infatti preghiamo, ci sposiamo, causiamo guerre, falsifichiamo uno stato di cose, litighiamo, ci innamoriamo, proviamo un dolore. È impossibile compilare l'elenco per intero perché si tratterebbe di mettere in fila gli elementi che qualificano la nostra prassi o, per dirla ancora con Wittgenstein, la nostra forma di vita. Ciò che qui importa è separare i mezzi dagli strumenti: entrambi si oppongono e insieme si legano a un fine, ma il mezzo non sembra essere definito da uno scopo univoco e, invece, lo strumento trova la sua ragion d'essere nel conseguimento di uno specifico scopo. Per restare all'immagine del linguaggio non è fuori luogo affermare che esso può fungere da strumento ma non vi si identifica perché designa essenzialmente un'attività non finalisticamente determinata, dunque è innanzitutto e perlopiù un mezzo capace di trasformarsi in strumento.
ECONOMIA Qui la coppia mezzi/fini ha subito una radicale trasformazione allorché il denaro, sempre più denaro finanziario, fuoriesce dal circuito del mezzo di scambio – si pensi al brano famoso dell'Etica Nicomachea (1132b31-1133b28) – per diventare fine in sé – si confrontino gli studi di Christian Marazzi, soprattutto quelli dedicati al nesso linguaggio-moneta come La natura linguistica del denaro, disponibile in rete qui. La produzione di denaro per il denaro è uno degli schemi più ricorrenti per dare conto del funzionamento della finanza, la quale, conviene ricordarlo, non è semplicemente affare degli agenti di borsa ma caratterizza l'esperienza quotidiana di salariati e risparmiatori allorché questi soggetti hanno da sbrigarsela con debiti e crediti, mutui, assicurazioni, rate universitarie, spese mediche, e finanche gli acquisti con la carta al supermarket. Marx lo aveva presagito: se il denaro è il mezzo per realizzare qualunque fine, diventa esso stesso un fine e il denaro è divenuto esattamente questo, cioè il fine verso cui tende ogni cosa (da esso) creata. "Egli", ormai assunto il ruolo di soggetto, è colui che detta la legge, è l'elemento che crea il valore e che continuamente si afferma e si manifesta: attraverso se stesso in quanto mezzo (la finanza è una sorta di chiesa, vicaria di dio in terra, strumento della felicità), e attraverso la nostra esistenza, quella che produce l'economia reale e quella assoggettata alla bioeconomia, esistenza ridotta a un mezzo della sua potenza.
 
I coordinatori della Scuola
Alessandra Mallamo
Angelo Nizza
 

SCUOLA ESTIVA 2015

 
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