Questo WE di studi rappresenta la terza tappa del percorso Perché la guerra?, pensato insieme con Claudio De Fiores ("Vanvitelli" - Napoli), che ha già visto due momenti significativi: il primo con Gennaro Avallone (Salerno) su guerra, ambiente e migrazioni e il secondo con Mattia Giampaolo ("La Sapienza" Roma) su guerra, terra e Stato-nazione a partire dalla questione palestinese. Nel prossimo appuntamento intendiamo perlustrare i rapporti tra la guerra, il capitalismo e la scienza nella misura in cui gli interessi del mercato, la produzione e gestione dei profitti, la creazione della ricchezza sono temi economici non separabili sia dalle operazioni belliche sia dalle applicazioni militari della ricerca tecnico-scientifica.
Il WE si svolgerà il 20-21-22 novembre 2026 secondo lo schema indicato più sotto. Le relazioni saranno a cura di Salvatore D'Acunto, economista dell'Università "Vanvitelli" di Napoli, e di Giancarlo Cella, fisico dell'Università di Pisa e dell'INFN nonché direttore del Gruppo di fisica di Scholé. L'iniziativa inaugurerà il nuovo anno sociale dell'Associazione, che sarà dedicato al tema delle Istituzioni.
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PRESENTAZIONE E INVITO AGLI STUDENTI MEDI DELLA LOCRIDE
Il tema Guerra, capitalismo, scienza coglie il duplice problema del perché e del come si fa la guerra; le due questioni sono oggi più che mai interconnesse e non vanno trattate in maniera distinta per la ragione secondo cui le cause delle attività belliche si fondano sui mezzi impiegati per combatterle, com'è il caso dell'intelligenza artificiale, l'ultima e più avanzata tappa dello sviluppo tecnico-scientifico del capitalismo. In una simile coincidenza dei mezzi e dei fini, vale pure il senso inverso della connessione tra il perché e il come: le innovazioni della scienza e della tecnica implicano la loro applicazione anche in campo militare; anzi, per essere più precisi, è ormai un dato acquisito il fatto che il dual use civile e militare dei prodotti della conoscenza sia messo in conto fin dall'inizio dell'attività scientifica, come sua premessa. Seguendo questa seconda traiettoria della connessione tra il perché e il come si fa la guerra va evidenziato il lato epistemologico del nostro tema, che concerne il modo di fare scienza, quale ne è il paradigma, quale il flusso economico e quali le finalità che determinano il lavoro degli scienziati. Emerge quindi la questione educativa, che si tiene legata a quella della ricerca e che è insieme anche didattica e pedagogica, circa i processi di insegnamento e apprendimento nelle scuole e nelle università. Nell'ambito di tale scenario, cioè del processo di militarizzazione dei saperi, un processo inscindibile da quello della militarizzazione dell'economia, ci rivolgiamo agli studenti medi della Locride per invitarli a partecipare al WE Guerra, capitalismo, scienza perché riteniamo che possa aprire uno spazio fecondo sia sotto il profilo della comprensione dei nessi che spiegano il regime contemporaneo della guerra sia sotto il profilo delle pratiche etico-politiche di resistenza e di fuga difronte a tale modello, per immaginare e costruire un'alternativa meno ingiusta, meno violenta, meno egoistica. L'invito intende sintonizzarsi con la sensibilità emersa in questi ultimi anni in occasione delle manifestazioni, degli scioperi e delle proteste per la Palestina, momenti ai quali Scholé ha partecipato sostenendoli attivamente. Manifestazioni, scioperi e proteste che hanno visto nell'ecocidio-genocidio in corso a Gaza la sintesi delle ingiustizie sociali, ecologiche, affettive e cognitive del XXI secolo, che costituiscono la ragione storica dei blocchi e dei riot in Italia e in Europa di queste ultime settimane.

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DOVE E QUANDO
Centro Studi "Elisa Scali"
- 20/11 ore 17.00
- 21/11 ore 17.00
- 22/11 ore 9.30
COME PARTECIPARE
Per il modulo di iscrizione clicca QUI
Quota di partecipazione:
- 30 €.
- 20 €. (soci Scholé)
- 10 €. (on-line)
- GRATIS (studenti liceali)
Agli iscritti on-line sarà inviato il link Zoom per partecipare. Ai partecipanti sarà consegnata l'antologia con i materiali scelti dal relatore, il quaderno, la penna e l'attestato di frequenza. Per versare la quota è possibile effettuare un bonifico, utilizzare PayPal, donarla in presenza.
BONIFICO: Associazione Culturale Scholé Centro Studi Filosofici
Iban: IT79Q0103081520000000634622
Swift/Bic: PASCITM1RC8
Banca: MPS Banca
Causale: Think Sharing WE novembre 2026
PAYPAL: paypal.me/schole106
Per info:
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Abstract
Salvatore D'Acunto ("Vanvitelli" Napoli) Interessi materiali e conflitti militari. I modelli teorici alla prova della storia
Unità 1. La scuola “classica”: il libero scambio come germe di pace. Kant e il ruolo dei sistemi politici. Lenin, Bucharin, R. Luxembourg: la guerra come soluzione “spaziale” alle contraddizioni del capitalismo. Polanyi e i rischi dell’interdipendenza economica. Debito, moneta e pace nel pensiero di Keynes. Kalecki: la spesa militare come strumento di governo della congiuntura. Il tema della guerra nella moderna teoria mainstream: burro, cannoni e interdipendenze strategiche. Il concetto di spatial fix e il ruolo delle organizzazioni territorialiste in Arrighi e Harvey. Centralizzazione del capitale e tensioni internazionali.
Unità 2. La pace di Versailles. Il conflitto distributivo post-bellico. Il ritorno al gold standard e il problema del coordinamento macroeconomico internazionale. La Grande Depressione come risultato del fallimento del coordinamento. La deriva protezionista, la divisione del mondo in “blocchi” e la guerra. Bretton Woods e la logica del Keynes’ Plan. Crisi e collasso del Dollar Standard. L’economia internazionale dopo il Nixon Shock. Globalizzazione e finanziarizzazione. L’ascesa della Cina e la sfida egemonica. Il terreno del conflitto egemonico.
Giancarlo Cella (Pisa - INFN) Chi governa la ricerca? L’autonomia della scienza come istituzione, e che cosa la sta erodendo
Chi lavora in una grande collaborazione scientifica, come nel mio caso Virgo, dà per scontata un’immagine della ricerca di base: i risultati circolano, sono controllati da colleghi che non hanno interesse a confermarli, e alla fine appartengono a tutti. L’immagine non è falsa, ma descrive un’istituzione, non una proprietà naturale della scienza. Un’autonomia della scienza come stato di fatto non è mai esistita: la grande scienza del Novecento nasce dentro la guerra, e la storiografia ha mostrato quanto la fisica del dopoguerra sia stata orientata dalla sicurezza nazionale anche nei temi che i fisici credevano di scegliere liberamente. Sono però stati costruiti alcuni contrappesi, parziali e sempre contesi, che avevano una presa reale: il rapporto di Vannevar Bush del 1945 chiede allo Stato fondi stabili e il rispetto della libertà delle università, in cambio di un flusso di conoscenze la cui utilità nessuno può prevedere in anticipo; la convenzione del CERN del 1954 scrive nello statuto che il laboratorio non lavora per scopi militari e pubblica tutto; l’obbligo di pubblicare e il controllo dei colleghi fanno il resto. Avevano presa per tre ragioni che si sostenevano a vicenda: i risultati, una volta pubblicati, non erano appropriabili da nessuno; gli strumenti, anche quando costavano molto, potevano essere costruiti da più attori indipendenti, così che nessun finanziatore poteva chiudere l’accesso; e le persone erano la risorsa scarsa, e potevano spostarsi.
Oggi quei contrappesi perdono presa per tre ragioni, e vorrei mostrare che hanno un meccanismo comune. La prima è la scala delle risorse: un modello addestrato è un oggetto appropriabile, e gli attori in grado di costruirlo sono pochissimi. Quando la frontiera della ricerca coincide con un’infrastruttura di calcolo che pochi possono permettersi, le prime due condizioni vengono meno insieme, e la domanda su chi decide che cosa si studia, e con quale trasparenza, smette di essere teorica. La seconda è il riarmo: l’impegno della NATO a portare la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035 destina una quota esplicita a «innovazione» e base industriale, e il duplice uso fa il resto. Non serve una committenza bellica dichiarata, basta che le stesse competenze, gli stessi dati e le stesse macchine servano a scopi diversi. La terza riguarda la pratica scientifica stessa: gli strumenti di intelligenza artificiale moltiplicano gli articoli, entrano nel lavoro dei referee, costringono archivi come arXiv a restringere le sottomissioni. In guerra, i sistemi di selezione degli obiettivi hanno portato il ritmo da decine di bersagli l’anno a centinaia al giorno. La logica è la stessa: il volume e la velocità prendono il posto del giudizio, e la supervisione umana diventa una formalità.
Il meccanismo comune è la delega. In tutti e tre i casi il lavoro intellettuale, o la decisione, passa a infrastrutture di cui chi fa ricerca non controlla né il funzionamento né la proprietà. Il problema non è la perdita di una purezza che non c’è mai stata: è che la pubblicazione non è più un controllo quando nessun altro può ripetere il calcolo che ha prodotto il risultato, e la revisione tra pari non regge quando gli articoli arrivano a un ritmo che nessun revisore sostiene. Questo tocca anche la formazione: che cosa significa formare un ricercatore in queste condizioni?
La domanda finale è politica più che tecnica: quali condizioni istituzionali permettono alla scienza di funzionare come un bene comune, e non come una risorsa strategica nella competizione tra potenze?