A dieci giorni dalla morte di Paolo Virno, il più materialista, coerente e generoso tra il filosofi contemporanei, pubblichiamo il ricordo di Angelo Nizza circa gli anni della sua docenza all'Università della Calabria
«Pensate che paradosso: lo Stato mi ha assunto e io faccio un corso su Marx. Chi non se la sente, può andare». Ovviamente restai, cominciava per me l’ultimo ciclo di lezioni di Paolo Virno all’Università della Calabria. Era l’anno accademico 2008/2009, poi a marzo del 2010 mi sarei laureato alla specialistica fuori tempo massimo con una tesi sulla negazione linguistica. Già la prima laurea l’avevo fatta con lui e i decani dicevano che fosse poi necessario cambiare relatore ma non sapevano ciò di cui stavano parlando. Ci conoscemmo nel 2004. L’anno prima un amico del Liceo, più grande di me, che aveva già preso la strada del lavoro precario, mi convinse a iscrivermi a Filosofie e scienze della comunicazione e della conoscenza («c’è gente in gamba», mi diceva), un corso di laurea che era il prodotto del capitalismo linguistico - dilagante pure a Rende, all’epoca capitale dei call center, la Bangalore d’Italia - e proprio perciò FSCC rappresentava un punto di vista privilegiato sulla natura del lavoro contemporaneo.
Alle lezioni su Marx ricordo la presenza di Raissa, spesso eravamo compagni di banco. Le parole e i gesti di allora furono per me definitivi. Imparai che il linguaggio è la chiave per capire il mondo. Un amore, un lutto, un amico perduto e poi ritrovato, quell’impeto d’ira giunto all’improvviso, il dolore che sento e che non so cos’è, il part-time malpagato come tutor degli studenti, la metafisica: tutto ciò esiste non senza preposizioni, avverbi, pronomi, predicati e sostantivi.
Virno è stato il più materialista, coerente e generoso tra i filosofi europei contemporanei. Maestro degli spaesati nati tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta cui ha insegnato non solo che cosa dire, ma come dire le cose che contano. Quando la mattina dell’8 ottobre appresi la tremenda notizia ero a piedi per strada, mi misi a camminare velocissimo, arrivai a scuola sudato, ero esausto. Per tutta la giornata fui preda di uno stato schizofrenico in cui si alternavano sentimenti infinitamente tristi e ricordi incomparabilmente felici.
Dalla periferia dell’Impero, Scholé ha pubblicato un suo piccolo saggio nel libro Ora et labora, l’ha invitato più volte senza mai riuscire ad averlo tra i suoi ospiti per motivi oggettivi che riguardavano le sue vicende famigliari e il suo stato di salute.
Con la morte di Paolo Virno è il Pensiero che piange.