Lo scorso autunno Armando Canzonieri e io andammo a fargli visita nella casa di Salerno. Erano le quattro di pomeriggio e Fortunato ci ricevette nello studio al piano terra. Subito ci regalò le ultime due traduzioni in italiano dei lavori di Kohei Saito su marxismo ed ecologia. Sommerso da libri e giornali, leggeva e prendeva appunti. «Dobbiamo fare quella cosa a Roccella, non dimenticarlo!». Si riferiva al Week-end filosofico su Marx e Hannah Arendt, che avevamo messo in cantiere già prima dell’estate e che resta come un progetto di studio sulla filosofia di Marx oltre il marxismo, ponendola cioè a confronto con altre voci eminenti del pensiero del Novecento.
Parlammo dell’attualità della guerra, della necessità della cura nei rapporti tra esseri viventi, del lavoro intellettuale sempre più mercificato e perciò mal riconosciuto socialmente ed economicamente. Discutemmo di scuola e università, luoghi diventati inospitali e «senza studio» come disse una volta Domenico Starnone, dove il linguaggio è utilizzato come strumento per informare e calcolare. Erano argomenti di un lungo e unico dialogo che con molti di noi andava avanti da dieci anni e più e che dai cubi di Arcavacata era giunto fino ai vicoli, alle piazze e alle spiagge di Roccella.
Fortunato era un materialista e un comunista. Vuol dire che per lui la logica di Hegel non poteva non incarnarsi nel capitale e che proprio il sistema capitalistico è la reale, vera contraddizione in processo. Per lui la sintesi comunista rappresentava il punto instabile e mai acquisito una volta per tutte di massimo sviluppo della contraddizione sociale e della lotta per la giustizia sociale, la democrazia, la riconciliazione tra mano e mente.
Fortunato non amava solamente la contaminazione tra i saperi, che oggi va molto di moda sotto il nome di interdisciplinarità e che ogni tanto frutta qualche borsa e qualche assegno, ma aveva la passione per il sapere diffuso e contaminante. Gli piaceva quell’uso non dogmatico di autori e concetti attraverso cui avviare processi di ascolto, condivisione, formazione. Aveva un amore smisurato per studentesse e studenti verso i quali nutriva rispetto e fiducia e nei cui confronti si poneva sempre con esemplare generosità e con animo umilissimo.
Dopo un periodo di ammiccamenti e contatti a distanza, la relazione tra Fortunato e Scholé si è consolidata nel 2016 in occasione della prima edizione di “Lessico politico” a Polistena, un momento di dialogo con Guido Liguori su Gramsci. Da allora è diventato insostituibile, accettando anche ruoli di responsabilità come quello della direzione (insieme con Arianna Fermani) dei seminari nei Licei intitolati a “Mario Alcaro” e poi quello di codirettore della Scuola Estiva “Remo Bodei” sempre con Arianna e Bruno Centrone. Tra le attività sperimentate insieme, la formula del laboratorio è quella che prediligeva, perché gli consentiva di leggere e commentare i testi ad alta voce e di allestire un seminario aperto e collaborativo, senza separare il momento dell’esposizione da quello del dibattito.
Dopo aver appreso la notizia della sua scomparsa, martedì 1 luglio, abbiamo scritto sui canali social di Scholé che Fortunato era amico non solo della filosofia e della politica, ma anche di Roccella. Era un riferimento per Cosenza e per Salerno e anche per il nostro territorio, dove lascia un vuoto teorico e pratico che con coraggio e determinazione e in rete con altri soggetti sparsi in Italia e all’estero attraverseremo facendo buon uso degli insegnamenti che ci ha donato.
Prima di lasciare la casa di Salerno, ci offrì un caffè e fumammo una sigaretta. Poi ci salutammo: «ci vediamo presto», dicemmo Armando e io. «E come no!», rispose.
di Angelo Nizza